QUI PISTOIA

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ultimo aggiornamento 9 giugno 2021

FIRENZE e PISTOIA: due sportellini a confronto


di Claudio Gori


   Nelle nostre ricerche sulle buchette del vino siamo solitamente focalizzati sulla ricostruzione della loro storia e del loro utilizzo e solo di rado capita di concentrarci sulle tecniche costruttive e sui materiali utilizzati, insomma sulla loro materialità. Il restauro in corso a Pistoia di uno sportellino ligneo proveniente dalla buchetta del vino posta in palazzo Tigri, in via S. Andrea 17, ci fornisce l’occasione per un’analisi approfondita in questa direzione.
   Ma partiremo, per fare poi un confronto, da un altro sportellino perfettamente integro, che è conservato a Pistoia ma proviene dalla buchetta del vino - demolita all’inizio del ‘900 - di palazzo Bojola in via dei Rondinelli 25r a Firenze, già appartenente nel ‘600 ai Carnesecchi. E’ stato amorevolmente conservato da un membro della famiglia Bojola, l’amico Iacopo che vive a Pistoia ed è socio della nostra associazione.

   Per questo confronto ci siamo avvalsi della competenza del falegname Antonio, presso il laboratorio del quale abbiamo esaminato e comparato - con una certa emozione - i due manufatti.


LO SPORTELLINO FIORENTINO DA PALAZZO BOJOLA


   Si tratta di una porticina in castagno, costituito da due parti sovrapposte e assemblate a formare

un’unica robusta struttura. La parte esterna (quella che mostrava la faccia rivolta verso la strada)

è costituita da un'unica tavola di legno di forma centinata: si andava evidentemente ad incastrare

nell’arco in pietra della buchetta del vino. Questa parte è alta al vertice 28,5 cm e larga 19,5 cm.

   La parte interna, che era visibile solo dall’interno del locale, è costituita da due elementi lignei

assemblati in modo da formare un’unica tavola, di forma questa volta rettangolare, sulla quale

sono fissati gli elementi metallici necessari all’apertura e alla chiusura del finestrino. Questa parte

è alta al vertice 35,5 cm, e larga 26 cm.

La dimensione maggiore della parte interna rispetto a quella esterna serviva a garantire una

chiusura quanto più ermetica possibile della buchetta e garantirne l’inviolabilità.

   La parte esterna e quella interna sono fissate tra loro da una cinquantina di chiodi le cui ampie

teste circolari formano, sul lato rivolto verso la strada, un ampio decoro metallico che, esibito ai

passanti, trasmetteva loro una sensazione di solidità e robustezza: alle motivazioni funzionali si

univano insomma intenti estetici e simbolici. Analoghe chiodature di rinforzo le possiamo notare

nei portoni antichi delle chiese o nelle porte lignee (laddove conservate) delle cinte murarie. 

   Sull’altro lato i chiodi sono ribattuti in modo casuale senza alcuna preoccupazione decorativa,

dal momento che non risultavano visibili se non dall'interno.

   E’ conservata, poco sotto la linea mediana dello sportellino, la cerniera inferiore originale,

alloggiata in uno scasso realizzato a scalpello nel legno, anch’essa fissata ai due elementi lignei

sottostanti con chiodi ribattuti. Sul lato sinistro la cerniera si allarga in una coda di rondine,

sul lato destro il ferro è arricciato in modo da formare la “femmina” che andava ad incastrarsi

nel “maschio”, cioè nel cardine che doveva sostenere lo sportello permettendone la rotazione.

   Poco sopra, a metà della tavola, c’è il chiavaccio costituito da un paletto, a sezione circolare,

fissato anch’esso al legno con due chiodi ribattuti (uno risulta oggi quasi del tutto staccato) la

cui testa leggermente appuntita, scorrendo da destra a sinistra, doveva incastrarsi in un buco

praticato nel muro o in una staffa ad esso solidale: non lo sapremo mai con esattezza dal

momento che, a parte lo sportellino che si è conservato, tutti gli altri componenti della buchetta

sono andati perduti. Restano tracce della “sicura” che doveva tener bloccato il chiavaccio una

volta fatto scorrere per serrare il finestrino.

   Più in alto si conserva la cerniera superiore originale, del tutto simile a quella inferiore, ma

non altrettanto integra: sul lato destro risulta spezzata in prossimità del punto in cui si doveva

anch’essa arricciare a formare la “femmina” nella quel doveva incastrarsi il cardine. Difficile

dire se la causa della rottura sia nella fattura imperfetta del pezzo o nel suo montaggio erroneo. 

Una volta divenuta inservibile ai fini del raccordo col cardine, non venne tolta, ma fu lasciata

nella sua sede, contribuendo comunque alla solidità dell’insieme: allo sportellino fu applicata

una terza cerniera vicino al bordo superiore della tavola rettangolare.
   Questa cerniera è più moderna delle altre due, rispetto ad esse è di forma più regolare

(essendo un prodotto oramai seriale, realizzato in un laminatoio), è priva di coda di rondine

ed è anche installata in maniera più approssimativa: il listello metallico non è alloggiato in uno

scasso del legno ma a questo è semplicemente sovrapposto e fissato con tre moderne viti con

testa a taglio, di cui una mancante. Si nota che sul lato destro una buona porzione del legno

sottostante dovette andare perduto, tanto che qui è stato innestato un tassello di legno malamente

fissato con chiodi di fattura moderna, che oggi appaiono a vista: tutti indizi di una riparazione

poco accurata, eseguita con materiali di fortuna, forse ad inizio ‘900.
   Manca qualsiasi elemento o traccia che possa far pensare alla presenza di un picchiotto.

   Secondo il nostro amico falegname la realizzazione dello sportellino potrebbe risalire al ‘600,

salvo l’aggiunta della cerniera superiore da collocare probabilmente nella seconda metà dell’800.
Lo stato di conservazione generale, sia della parte lignea che di quella in ferro, è comunque da

considerare buono, grazie anche al fatto che nell’ultimo secolo, smantellata la buchetta del vino,

lo sportellino ligneo è stato amorevolmente conservato dai Bojola nella loro abitazione,

quindi all’asciutto, come se si trattasse di una reliquia del passato, a memoria dell’antico assetto

del palazzo fiorentino di famiglia.


LO SPORTELLINO PISTOIESE DA PALAZZO TIGRI


   In ben altre condizioni lo sportellino pistoiese è arrivato a noi. La parte lignea - anch’essa in castagno - appare devastata dagli insetti xilofagi contro i quali, ci ricorda Antonio, in antico si usava spalmare le tavole con la pece, con un procedimento simile a quello che si riservava al fasciame delle barche.

   La parte esterna del finestrino, di forma centinata, è alta al vertice 35,5 cm e larga 26: le dimensioni sono quindi maggiori rispetto all’esemplare fiorentino, cosa questa che rileviamo in quasi tutte le buchette del vino nella nostra città.

   Venne, forse a fine ‘800, dipinta con lo stesso colore all’epoca usato per imbiancare la facciata del palazzo. Questo velo pittorico - del quale restano ampie tracce - ostacolò la traspirazione del legno, che non era più a contatto diretto con l’aria. Successivamente (forse tra gli ultimi anni dell’800 e l’inizio del ‘900) la buchetta venne tamponata dall’esterno con mattoni, e sopra i mattoni venne steso l’intonaco, tanto che l’insieme divenne invisibile e se ne perse memoria, fino al suo recente fortunoso ritrovamento (del quale in questa rubrica “Qui Pistoia” abbiamo reso conto). 

   La parte esterna dello sportellino si trovò così ad essere inserita in un microambiente umido, fresco ed oscuro, ideale per l’azione nefasta degli insetti xilofagi che hanno in effetti guastato in modo irreparabile il legno.

   La parte interna - visibile ed accessibile dall’interno della ex cantina - essendo rimasta a contatto dell’aria e quindi meno esposta all’umidità, appare meno danneggiata dagli insetti, e tuttavia è ridotta a pezzi e anzi una parte del legname che la costituiva è andata perduta.

   Per realizzare il nostro sportellino era stato giustamente scelto il castagno, legno tra i più resistenti all’azione degli insetti xilofagi, al pari della quercia anch’essa ricca di tannini: ma i gravi danni che rendono oggi problematico il restauro dell’insieme, non sono mancati.

   Per quanto riguarda la ferramenta utilizzata, è conservata la cerniera superiore, fissata al solito al legno con i chiodi. Sul lato destro, al contrario dell’esemplare fiorentino, la cerniera incorpora il “maschio”, cioè il piccolo cardine che si innestava sulla “femmina” che si conserva ancora fissata alla cornice in pietra. Della cerniera inferiore invece non c’è traccia, mentre resta la “femmina” corrispondente infissa nella cornice litica.

   Si conserva integro, al centro della struttura, il chiavaccio a scorrere, ricavato da un listello di materiale ferroso, a suo tempo fissato saldamente al legno con forcelle metalliche che la dissoluzione del legno rende ben visibili. 

   Anche in questo esemplare restano tracce della “sicura” che doveva bloccare il chiavaccio. Manca anche qui il picchiotto, assente d’altra parte in tutte le buchette presenti a Pistoia.

   Secondo il nostro esperto falegname lo sportellino dovrebbe essere più recente del “fratello“ fiorentino. In effetti l’uso di vendere il vino tramite le buchette si affermò a Pistoia ad imitazione di quanto si faceva da tempo a Firenze, e quindi una datazione delle buchette pistoiesi successiva a quelle fiorentine non ci sorprende. 

RIFLESSIONI FINALI


  Nella prassi costruttiva comune alle due città, per realizzare una

buchetta del vino si doveva partire dal commissionare allo scalpellino

la “cornice” centinata in pietra, quasi sempre monolitica.

Una volta realizzata, un muratore provvedeva ad installarla, sia che

la buchetta fosse realizzata durante i lavori di costruzione o venisse

ricavarsi in un edificio compiuto: in questo caso era richiesta una

mano veramente esperta.

   Subentrava a questo punto il falegname che doveva fornire lo

sportellino, perfettamente adattato all’apertura in pietra già collocata. 

   Gli strumenti (poveri quanto ingegnosi) utilizzati dal falegname dovevano essere la sega “a telaio” (per tagliare le tavole), la pialla (per livellarle ed uniformarle), lo scalpello (per realizzare gli alloggiamenti delle cerniere), il succhiello (per fare i buchi nei quali sarebbero stati affondati i chiodi) e il martello (per inserire e ribattere i chiodi stessi). Se si avevano a disposizione pezzi di legno avanzati da precedenti lavori che, assemblati, potevano fare al caso non si esitava a riutilizzarli, sia pure con i necessari adattamenti.

   Realizzato lo sportellino in legno, era la volta della ferramenta: chiodi, cerniere, cardini, chiavaccio. Se il falegname non aveva già presso di sé questi pezzi, doveva richiederli al fabbro il quale a sua volta li realizzava su misura oppure poteva riutilizzare e riadattare pezzi che aveva disponibili presso la propria bottega, sia che fossero avanzi di precedenti lavori oppure elementi di recupero ricavati ad esempio

da porte o finestre smantellate. 

   Cerniere, cardini, chiavacci, chiodi erano realizzati alla forgia in ferro “dolce” e lavorati col martello sull’incudine: ogni pezzo così prodotto era veramente unico.I pezzi preparati venivano consegnati dal fabbro al falegname per

l’assemblaggio, l’installazione finale e la verifica del perfetto funzionamento di tutte

le parti, incluse quelle non da lui realizzate. Le modifiche e gli adattamenti in corso

d’opera dovevano costituire la regola.

   L’abilità artigianale e l’esperienza dei quattro artigiani coinvolti (il muratore, lo

scalpellino, il falegname e il fabbro) sommandosi e completandosi a vicenda davano

vita a quei complessi perfettamente funzionanti e funzionali che noi oggi chiamiamo

“buchette del vino”.

   Queste erano prodotti di una civiltà che non conosceva la serialità e la ripetizione,

e per la quale la qualità del lavoro valeva più della velocità di realizzazione. 

Conseguenza di tutto ciò, il fatto che ogni buchetta del vino era - ed è - qualcosa di

unico, un caso a sé: impossibile trovarne una identica ad un’altra.


12 giugno 2021 


TANTI TIPI STRANI

quattro chiacchiere sui finestrini dei muri pistoiesi

                     

 di Matteo Faglia, con Claudio Gori e Caterina Bellezza


 

   Claudio Gori, guida turistica e nostro socio, ha condiviso con la sua collega Caterina Bellezza - da pochissimo anche lei nella nostra associazione - una serie di foto e di spunti pistoiesi su “tanti tipi di finestrini, comunque interessanti anche se improbabili come buchette del vino”, aprendo un dibattito e un confronto via mail che trovo molto interessante come stimolo alla ricerca e alla comprensione, senza pretesa di verità e certezze, sui diversi finestrini che troviamo sui muri di Pistoia e, più in generale, della Toscana. “Sono soltanto riflessioni, da

prendere con le dovute molle”, dice giustamente Caterina, perché “avere dubbi non solo è legittimo, ma è necessario!” aggiunge il saggio Claudio.


   Ma entriamo nel merito di alcuni esempi, cominciando dalle “buchette per gli olii santi”.

Ce n’è una bellissima a Vicofaro - oggi in periferia di Pistoia (foto 1) - e una coppia ai lati dell’altare della chiesa di S. Paolo in città (foto 2), tra loro simili, con cornici che ricordano molto da vicino le buchette del vino ma con importanti differenze: quelle per gli olii santi sono solo nicchie accessibili dall’interno e non passanti, hanno uno sportello che si apre su uno spazio chiuso (quello di un edificio sacro) e non comunicano con l’esterno.

Questo tipo di aperture “sono assai frequenti nelle chiese, specie di periferia o di montagna - sottolinea Caterina. - Mi limito a segnalarne un altro paio, che mi sono cadute sott’occhio proprio in questi giorni: a Cutigliano, nella chiesa di S. Bartolomeo, dove ce ne sono addirittura due; e a Montecatini Alto, nella chiesa di S. Pietro Apostolo. Faccio notare che tali finestrini erano anche utilizzati come tabernacoli in epoca rinascimentale”.


   Una diversa riflessione suscitano le aperture ai lati di un portone laterale (oggi manomesso) di palazzo Amati, sempre a Pistoia (foto 3). Dice Caterina: “Per forma mi sembrano le classiche finestrelle che servivano a immettere luce nei palazzi settecenteschi, come anche sul fianco del Monastero di S. Maria degli Angeli lungo

via Cancellieri, documentate nei vecchi disegni progettuali. Sono senza dubbio in una posizione particolare,

che però penso si possa giustificare con la funzione di dare luce alle cantine”. 

Interviene Claudio, che riporta il discorso sul tema del vino: “Hai ragione sul fatto che quelle curatissime aperture di forma ovale servivano per dare luce alle cantine e non le possiamo ritenere buchette del vino.

Quello che però è interessante è la documentazione di una richiesta per aprire una rivendita di vino proprio

nelle cantine di quel palazzo, come ho trovato in questo documento":

Archivio di Stato Pistoia, Vicario Regio 1814 / 1848. Inventario N° 93


Illustrissimo signor Vicario Regio di Pistoia

Il sottoscritto Luigi Lastrucci, nella sua qualità di agente dell’Illu(strissi)mo Cav(aliere) Giovanni Tommaso Amati fa istanza onde essere autorizzato a vendere per conto di detto suo Sig(nore) Principale il vino a dettaglio nella cantina sottoposta al palazzo di detto Sig. Cav. Amati nella città di Pistoia.


Fatto a Pistoia li 29 gennaio 1842 – Luigi Lastrucci

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   Quanto basta per aprire un più ampio ragionamento, ricorrente in molte situazioni pistoiesi, sul rapporto tra le buchette del vino e i locali dove il vino si vendeva e/o si consumava. Puntualizza Claudio: “Le cantine aperte negli interrati dei palazzi erano affittate dai proprietari ai vinattieri e da questi aperte al pubblico, oppure venivano gestite direttamente dai proprietari tramite un dipendente o un uomo di fiducia. In casi limitatissimi, in questi locali abbiamo conservato una buchetta del vino. Ma il più delle volte la buchetta non c’era e comunque non c’è oggi!

Ci sono casi di tutti i tipi: sono state trovate a Pistoia, come ci ricorda sempre Claudio, licenze per vendere il vino alle quali corrisponde una buchetta tuttora conservata, così come licenze alle quali non corrisponde nessuna buchetta, quantomeno visibile ai nostri giorni, e infine alcune buchette senza dubbio destinate alla vendita del vino a cui non corrisponde però nessuna licenza rintracciabile. Quindi la faccenda è complicata ma, proprio per questo, molto interessante. Gli studi fatti finora sui palazzi e le famiglie pistoiesi non ci sono, ahimé, utili: sottolinea Claudio che “a Pistoia abbiamo fior di studiosi che magari conoscono tutto dei palazzi nobiliari, che sanno tutto dei locali del piano nobile e delle famiglie che li hanno abitati, ma che delle cantine non si sono mai occupati e non ci sono mai neppure entrati!

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   Passiamo adesso a un’altra tipologia di “nicchie misteriose”. 

Che dire di quelle aperture con due mattoni spioventi messi a tettuccio, aperte verso la strada e apparentemente non passanti sull’altro lato del muro? Come quelle in un edificio (in rovina) sul retro di Palazzo Pappagalli, cui corrisponde una cantina interrata (foto 4), di cui ci parla Caterina: “Su questo sono ragionevolmente sicura che non si tratti di buchette del vino, ma di alloggiamenti per lucerne. Ne ho viste di identiche nel muro perimetrale interno del Seminario di Pistoia (altezza tra la Casa dell’Anziano e il Seminario). Ce ne sono una fila, a spiovente come questa, che ragionevolmente servivano proprio per mettere i lumi lungo la strada. Allego la foto che sono riuscita a ritrovare in archivio (foto 4). Se non ricordo male un esempio di questa struttura è anche lungo la Statale Fiorentina, venendo da Pistoia prima dell’incrocio con Valenzatico

   “Pienamente d’accordo per le nicchie (aperte solo da un lato e non passanti) con in alto due mattoni obliqui a spiovente, spesso riutilizzati per metterci immagini sacre - le classiche Madonnine - ” conferma Claudio. “E’ possibile che avessero in origine l'uso che tu suggerisci, per lumini (ce ne sono di simili anche in via del Pantano dietro alla chiesa di S. Bartolomeo, ricavate nel muro che delimita l'orto della chiesa). Però ne troviamo di identiche anche nello spessore murario di certi palazzi, rivolte verso l'interno: ad esempio nel muro a sinistra entrando alla trattoria "Lo Storno" in via del Lastrone e nel ristorante "Stilnovo" ex palazzo Ammannati entrando a destra”.

  E allora, tanto per alimentare i dubbi, che dire di questa apertura (foto 5) da tempo censita come autentica buchetta del vino perché dotata di sportello passante e collocata a lato dell’ingresso di una delle principali cantine di Montepulciano? La forma è quella, e chissà quanti fiaschi di vino ci sono passati, nel tempo.


  Ma torniamo a Pistoia.

In via Carratica, al secondo piano, c'è all’interno di un appartamento il finestrino nella foto 6 qui accanto. “Come vediamo si trova oggi su una parete di una cucina” precisa Claudio Gori: “sotto c'è un lavello moderno col rubinetto. Non è passante (almeno non lo è oggi) e serviva per appoggiarci cose o lucerne, oppure una volta era bucato e serviva per passare vivande dalla cucina alla sala da pranzo (ma sarebbe troppo stretta!): l’uso è davvero incerto. Ovviamente c'è anche la vaga possibilità che sia un riciclo: una buchetta del vino ricollocata. Per chiarire la cosa bisognerebbe scrostare l'intonaco e vedere l'interno del muro… il proprietario non sarebbe molto contento!”.


   A proposito di buchette riusate: caso limite è quello delle buchette “volanti” che troviamo sulle pareti esterne nei piani alti di edifici antichi come quella che l’amico Massimiliano Lombardi ha individuato recentemente in via di Valdibrana (foto 7). E’ possibile che siano buchette riciclate?

"La vedo difficile" dice Claudio : "se una buchetta del vino smetteva di essere utilizzata come tale veniva tamponata a volte intonacando e imbiancando il muro all’esterno e all’interno (rendendola quindi invisibile), a volte solo all’interno (vedi quella in via Bonfanti, foto 8), a volte solo all’esterno (vedi quella in via della Rosa 18) ma dubito convenisse smurarla (cosa pericolosa per la stabilità del muro e che richiedeva un lavoro delicato e complesso) per traferirla nei piani alti del palazzo come finestrino per illuminare".

Avanziamo invece l'ipotesi che quei finestrini “volanti” siano stati acquistati presso scalpellini che ne avevano dei campioni già pronti presso la loro bottega: che venissero usati per illuminare o per dare aria a locali o come buchette del vino o come buchette per gli olii santi, la forma e le

dimensioni erano simili, quindi con un finestrino standard già lavorato le scalpellino era in grado di  soddisfare varie esigenze e venderlo a più clienti.


     Anche nel paese di Corbezzi (foto 9), dove una nicchia fortemente strombata si trova nella stanza di una casa (oggi dall’altro lato è un locale di servizio) bisognerebbe scrostare l'intonaco sul fondo per capire se in realtà c’era un finestrino aperto sulla via o comunque accessibile dall’esterno, poi tamponato. Probabilmente serviva solo per appoggiarci cose o lucerne per illuminare la stanza, ma la curiosità è tanta! E alimenta la continua ricerca di risposte agli interrogativi che suscitano queste e altre buchette del

vino più o meno vere o presunte. 

"Forse con troppa leggerezza abbiamo per esempio

classificato come “buchetta del vino” quella

segnalata dall’amico Gianluca Iori nell’Ospedale

del Ceppo (foto 10): dovevamo essere più prudenti!"

avverte Claudio.


   Come abbiamo avuto modo di vedere in questa

interessante carrellata pistoiese, sono di tannti tipi

le microarchitetture che meritano di essere studiate

e comprese, non solo su questo territorio ma in tutta

la Toscana: possono rivelarci aspetti interessanti o

anche solo curiosi della nostra storia.

Gli interrogativi a volte trovano una risposta, a

volte no, ma indagare è doveroso e a questo serve la

nostra Associazione!

Quindi, se avete commenti o suggerimenti su

quantoavete letto o su altre curiosità, scriveteci

all’indirizzo info@buchettedelvino.org e saremo

ben contenti di prendere in considerazione le vostre

segnalazioni e approfondire le ricerche.


 aprile 2020


10

Dall'alto in senso orario: la buchetta di via della Rosa infiocchettata per l'occasione; il passaggio di un fiasco di vino dall'apertura nel portone del ristorante "La bistecca toscana" in via S. Andrea (foto Laura Pelagatti); le partecipanti alla “camminata” al nastro di partenza (foto Acerboni/Castellani); foto-ricordo alla fine della conferenza stampa del 4 ottobre, nella Sala del Gonfalone presso il Palazzo del Comune di Pistoia, con al centro l’assessore del Comune di Pistoia Anna Maria Celesti e la presidentessa dell’associazione Voglia di Vivere di Pistoia Deanna Capecchi. In seconda fila il socio della nostra associazione Roberto Morassi (al centro) e il presidente Matteo Faglia (a destra).

Camminata in città alla scoperta delle buchette del vino

                     

   La nostra associazione a Pistoia insieme alle donne di "Voglia di vivere"


 

   Si è svolta domenica 6 ottobre, a Pistoia, la sesta edizione della "Camminata in città" organizzata da "Voglia di vivere", benemerita associazione impegnata nella prevenzione dei tumori femminili, con lo scopo di raccogliere fondi per finanziare i servizi di supporto ai pazienti oncologici.

   L’iniziativa aveva il patrocinio del Comune di Pistoia, Società della salute, Azienda Usl, Uisp e il sostegno di numerosi sponsor. La nostra Associazione ha collaborato attivamente al successo dell’iniziativa: tema dell’itinerario quest’anno erano infatti proprio le buchette del vino presenti a Pistoia.

   Un opuscolo con la mappatura e le informazioni fondamentali delle buchette, preparato a nostra cura, è stato distribuito in gran quantità ai partecipanti (uomini e soprattutto donne) che sono stati valutati dagli organizzatori in più di 600. Una fiumana umana coloratissima ha riempito le strade del centro, alla ricerca delle buchette che per l’occasione erano state rese ben visibili con l’apposizione di opportuni segnali.

   Il pomeriggio alle ore 16.00 presso il chiostro di S. Lorenzo (che tutti gli anni è il quartier generale dell’iniziativa) si è tenuto un incontro sulla storia di questa antica e originale modalità di vendita del vino, che ha visto un’ottima partecipazione. È stata per la nostra associazione un’occasione per farci conoscere e per far conoscere alla cittadinanza le nostre amate buchette.

Non c'è il 12 senza il 13!

di Claudio Gori


   Dopo varie segnalazioni di buchette risultate già conosciute, Francesca Giunti (di Pistoia Sotterranea: era presente con Gianluca Iori alla serata del 25 e ha chiesto l'iscrizione all'Associazione) ne ha segnalata una che sembra proprio essere buona: è nel portone del ristorante "La bistecca toscana", ex palazzo Pappagalli ed ex Magona del Ferro, in via S. Andrea.

  Il proprietario del ristorante, che ringraziamo per la disponibilità e la collaborazione, ci ha mandato alcune foto che ci mostrano con molta chiarezza la funzionalità dello sportello sia chiuso che aperto. Lo spessore del legno è notevole. Chiavaccio e cardini sono funzionanti, e lo sportellino non è stuccato o bloccato come negli altri casi di portoni lignei a Pistoia. Le dimensioni dell'apertura sono 27 x 42 cm, un po' abbondanti rispetto alla media delle aperture finora trovate.

   Adesso dobbiamo darci da fare a trovare documenti che confermino la vendita di vino nel palazzo, ma intanto godiamoci questa nuova scoperta, e grazie ancora a Francesca!


12 febbraio 2019


Trovata la numero 12!

di Massimiliano Lombardi


   16 gennaio 2019: in tarda serata, grazie al fatto che conosco molto bene il proprietario, insieme a Claudio Gori abbiamo improvvisato un “blitz” nel locale di via della Torre corrispondenti al portone nel quale, qualche giorno prima, mi si era svelata una "traccia" di buchetta del vino.

   La prima sorpresa è stata che ci ha fatto accedere da dietro e non dal portone che si affaccia su via della Torre, per farci entrare in un “mondo” che non avevamo immaginato prima.

   A non più di cinque metri dal portone con relativa buchetta, esistono da sempre delle suggestive cantine il cui accesso a scalini verso il basso è fornito degli scivoli tipici in uso per far scendere le botti. Questa collocazione del portone con sportellino ci fa propendere decisamente verso la convinzione che la stanza fosse l’interfaccia tra la cantina e la vendita del vino al dettaglio. Lo sportellino all’interno appare integro con ancora i cardini e le cerniere e il chiavaccio per chiuderlo. È solo stata stuccata la fenditura tra sportello e portone ed è stato apposto un paletto,fissato con viti e dadi a farfalla d’epoca remota, per impedirne comunque la forzatura da fuori.

   Qui accanto le foto che spiegano meglio di ogni parola la situazione.


31 gennaio 2019


   Un altro passo della lettera è per noi importantissimo: quello in cui si dice che  “tale sistema mi fu detto esser praticato da quasi tutti i signori pistoiesi”: questo lascerebbe pensare che i locali adibiti a vendita e consumo di vino nei piani terra dei palazzi fossero all’epoca molto numerosi, così come, probabilmente, le relative buchette.

Si potrebbe pensare che queste all’epoca venissero usate soprattutto come un richiamo, una sorta di insegna del locale interno più che come modalità di vendita del vino, che per lo più doveva essere direttamente consumato all’interno. Forse lo sportellino all’epoca veniva tenuto aperto per segnalare l’apertura della bettola, nonché per permettere a chi nella bettola voleva entrare di richiamare l’attenzione del gestore della stessa?


   L’articolo di giornale insomma è un’importante testimonianza della evoluzione che, sembra di capire, la vendita del vino aveva avuto: dalla metà del '500 era stato consentito ai signori proprietari di terreni lavorati a vigna di vendere nelle loro abitazioni cittadine esclusivamente il vino da loro prodotto, all’inizio del '700 si consentì l’affitto (a vinattieri e osti) delle stanze al piano terra dei palazzi e la loro conseguente destinazione a bettole, alla fine del '700 con Pietro Leopoldo si ha una sorta di liberalizzazione totale dalla quale erano fatalmente derivati abusi di ogni tipo. Non a caso il granduca, nel 1790, al momento di lasciare la Toscana per indossare la corona imperiale a Vienna e di affidare ai successori  le sue “Relazioni sul governo della Toscana” (1500 pagine circa a stampa), scriveva  a proposito di Siena (ma la considerazione doveva valere, penso, per tutta la Toscana) con una punta di disappunto e delusione:

“Il popolo è dedito al vino, perché vi è l'abuso che i padroni vendono il vino nelle case loro in una stanza terrena che serva di bettola; e benché secondo le leggi non possino dar da mangiare né da sedere, pure vi vanno a giocare alle carte e vi seguono delle risse. Vanno indotti a vendere il vino ai finestrini”


   Insomma, la vendita “ai finestrini” era stata prima affiancata e poi di fatto sostituita dalla vendita e dal consumo nella stanza interna, e il sovrano si augurava il ritorno al precedente uso ammesso, quello cioè di vendere il vino tramite le buchette.


Ma forse l’aspetto più importante di quest’ultima scoperta pistoiese è quanto prospettato dalla signora Margherita, che gentilmente ci ha consentito l’accesso alla cantina:  la possibilità che il finestrino venga riaperto dall’esterno, e reso quindi visibile.

Finché ci saranno dei proprietari che amano così tanto le “loro” buchette, c’è speranza per la loro conservazione.


(a sinistra, la ricostruzione virtuale delle buchetta all'esterno)                          15 dicembre 2018


29 luglio 1882: "Ultimissime da Pistoia!"


di Claudio Gori                                                                             


   A Pistoia i ritrovamenti di nuove buchette del vino si stanno rapidamente succedendo: è

recente la scoperta  una “nuova” buchetta del vino, in via S. Andrea 17, nel Palazzo Tigri.

Si tratta di un palazzo appartenente alla famiglia che dette i natali a Atto Tigri (1813-1875),

combattente a Curtatone , medico dell’Ospedale del Ceppo,  sostenitore dell’uso del micro-

scopio nella ricerca scientifica, studioso della milza, anatomista e ricercatore presso l’Ateneo

di Siena. Una epigrafe murata sulla facciata dell’edificio lo celebra. 

La famiglia, come risulta dalla documentazione conservata all’Archivio di Stato di Pistoia, a

fine ‘800 era ancora proprietaria del palazzo, che oggi è suddiviso in più appartamenti.

   La gentile proprietaria di uno degli appartamenti, Margherita Arcudi, mi ha contattato perché

si stava chiedendo cosa mai fosse quel finestrino che vedeva nella cantina, e giuntale notizia

all’Ufficio Informazioni Turistiche delle ricerche in corso in città sulle buchette, nonché della

serata svoltasi il 21 novembre sull’argomento con l’intervento degli amici della Associazione

fiorentina, ha avuto il sospetto che proprio di una buchetta del vino si potesse trattare.

Mi ha accompagnato così nella cantina del palazzo: lì sono rimasto di stucco, davanti ad una

buchetta del vino intatta, come congelata nel tempo, dotata ancora del suo sportellino in legno

originale, per quanto malridotto.

   La buchetta, tamponata all’esterno dall’intonaco, è assolutamente invisibile dalla strada e

inimmaginabile era la sua presenza lì, proprio a fianco della chiesa di S. Andrea. Lo sportellino

è incardinato entro una cornice in pietra  monolitica, come di regola a Pistoia.

La sua apertura centinata ha le classiche misure 23X33. Sopra, un'ampia finestra rettangolare, munita di una antica inferriata, illumina una locale interno, piuttosto ampio, che nel corso del tempo è stata suddiviso con pareti posticce. Quasi senza dubbio era questo il locale, adibito a bettola, di cui parla l’articolo apparso nella prima pagina del giornale “Il popolo pistoiese” il 29 luglio 1882, di recente individuato dall’amico Massimiliano Lombardi, che abbiamo riprodotto nella pagina iniziale.


                                                                                                    In questo articolo, dal significativo titolo di “Uso strano”, si parla di quanto succedeva in

                                                                                                “una stanza terrena” di un palazzo ”prossimo” alla chiesa di S. Andrea (e il Palazzo Tigri alla

                                                                                                 chiesa è in effetti adiacente). Un viaggiatore, che si firma anonimamente come “un forestiero”, 

                                                                                                 denuncia, in una lettera al direttore del giornale, che da  questa stanza sentiva levarsi “ogni

                                                                                                 sorta di grida miste alle più oscene e triviali bestemmie”.

                                                                                                    Il proprietario del palazzo aveva infatti “convertito quella stanza terrena per vendervi il vino

                                                                                                 a dettaglio onde ricavarne un prezzo maggiore”.

                                                                                                   L’anonimo “ forestiero” (ma forse si tratta di un redattore stesso del giornale, che veste

                                                                                                 i panni di un supposto viaggiatore) continua: “Si comprenderebbe la vendita del fiasco

                                                                                                 allo sportello all’uso fiorentino, ma la bettola, e che razza di bettola, no davvero!” e propone

                                                                                                 infine indignato, in nome de “la morale, l’educazione, il sentimento della propria dignità,

                                                                                                 il rispetto al blasone“ “la soppressione di un uso così strano e ributtante”.

                                                                                                   Dunque, nella lettera al giornale si serba memoria del fatto che la moda della vendita “a

                                                                                                 sportello” fosse venuta da Firenze (si scrive infatti “all’uso fiorentino”): passi per lo sportello

                                                                                                 (cioè le nostre amate buchette), ma fare entrare nelle stanze adibite a bettola gli ubriaconi e i

                                                                                                 bestemmiatori per i loro convegni ad alto tasso alcolico era troppo!


Una nuova scoperta a Pistoia          di Claudio Gori


   Sono passato infinite volte da Via delle Belle a Pistoia, davanti a quel portone, e mai avevo notato niente…fino a quel giorno dello scorso agosto: ero in compagnia di un gruppetto di turisti (sono in effetti guida turistica) e stavo parlando, guarda caso, della buchetta del vino nella vicina Via S. Andrea, che avevamo visto poco prima.

Le buchette sono una specialità della Toscana del nord, e al di fuori della Toscana sono sconosciute, per cui generano sempre interesse e curiosità in chi, venendo nelle nostre città, le vede per la prima volta. Stavo  proprio rispondendo alle loro domande sull’utilizzo di questi finestrini quand’ecco che, casualmente, alzando lo sguardo, vedo ciò che mai avevo notato fino a quel momento: una finestrella intagliata nello spessore del portone in quello che, in mancanza di numero civico, dovrebbe essere il n. 2 della via!


   Ma com’è che non me n'ero accorto prima?

   Rintracciato il proprietario del palazzo, sono stato da questi autorizzato a ispezionare la piccola apertura dall’interno: il chiavaccino, i cardini sembrano proprio quelli di una buchetta del vino, le dimensioni pure sono quelle classiche (altezza cm 32 e larghezza 21 cm) anche se manca la forma centinata abituale, alla quale si dovette rinunciare, penso,  per render più semplice il taglio del legno del portone.


   Non avrei mai sospettato però che questo fosse solo il primo atto di una inaspettata, complicata, problematica ricerca. Ho scoperto che quell’isolato (fra Via delle Belle, Via S. Andrea, Via del Carmine e Piazza del Carmine) è diviso a metà da un muro interno, che oggi delimita varie proprietà, ma che probabilmente è il resto di un antico vicolo scomparso o, più probabilmente, di un antico cortile che originariamente doveva dare sulla pubblica via. Nello spessore di questo muro ho trovato varie aperture e nicchie. Di queste una, in particolare, potrebbe essere stata adibita a buchetta del vino.


   E’ insomma possibile (questa almeno è un’ipotesi, tutta da verificare) che la buchetta ricavata nello spessore del portone da me individuata abbia sostituito la precedente buchetta in muratura oggi posta all’interno dell’isolato, una volta che questa divenne inaccessibile causa l’ampliamento degli edifici attigui e la conseguente chiusura del vicolo/cortile. La vendita del vino sarebbe allora continuata attraverso la nuova buchetta lignea, aperta sulla pubblica via.


   Si tratta di un’ipotesi, nient’altro che un'ipotesi, per verificare la quale servirebbero tempo, indagini, ricerche catastali, ricostruzione dei passaggi di proprietà delle varie proprietà…insomma, quello delle buchette del vino è un affar serio!

   Ne parleremo nella serata, già messa in programma, che dedicheremo alle nuove scoperte in materia di buchette tra Pistoia, Firenze e la Toscana, alla quale ospiti d’onore saranno gli amici della Associazione Buchette del Vino che da me interpellati hanno subito accettato la proposta.


   Siccome non c’è cosa migliore che parlare di queste cose dopo aver gustato i piatti tradizionali della cucina toscana, accompagnati dal vino novo, la serata si svolgerà il 21 novembre in una trattoria di Pistoia, la stessa nella quale nel novembre del 2017 tenemmo una serata dedicata proprio alle buchette in Toscana.

   Chissà, se le scoperte continueranno, potremmo organizzare una serata per anno…

   Nel frattempo, buona caccia a tutti i cercatori di buchette del vino!



   14 settembre 2018.