ULTIME SCOPERTE


Ultime scoperte

UN INCONTRO, UN RICORDO

i "gottini" degli anni '50

                                                      intervista di Diletta Corsini


Lorenzo Curradi è seduto tra il pubblico e ascolta con grande attenzione la presentazione delle attività della nostra associazione. Alla fine si alza e mi raggiunge: dice che ha un ricordo d’infanzia da raccontarmi.


Siamo alla metà degli anni ’50 del secolo scorso, io ho sei-sette anni e abito in Via dei Fossi al n.1, e sto aspettando mio nonno che mi porterà a casa sua “diladdarno” in Via Santa Monaca, a poche centinaia di metri. Ecco arrivato il nonno Turiddu (per la cronaca, nonostante il nome, il nonno non era siciliano, ma era nato ad Empoli nel 1892; due anni prima Pietro Mascagni aveva composto la Cavalleria Rusticana, dove il personaggio chiave si chiamava Turiddu, l’opera  aveva avuto un successo travolgente e ciò  aveva indotto tanti genitori a dare ai figli questo nome assai impegnativo).


Cosa succede con il nonno Turiddu?

Il nonno mi prende per mano, attraversiamo il Ponte alla Carraia che era stato appena ricostruito dopo la distruzione bellica e ci avviamo in via dei Serragli. Vedo sul marciapiede un gruppo di persone con un bicchiere in mano, sono davanti ad una finestrella dalla quale entrano ed escono bicchieri colmi di vino rosso. Ecco che il nonno prende il borsellino, tira fuori una moneta, la mette sul davanzale di questa finestrella, prende il bicchiere di vino e se lo beve tranquillamente. Poi ripone il bicchiere, proseguiamo ancora un po’ ed arriviamo a casa dove ci accoglie mia nonna, ignara che il marito abbia già abusato della dose giornaliera di vino!


E’ un ricordo davvero particolare! Nel primo tratto di via dei Serragli, tra l’Arno e via Santa Monaca, ci sono quattro bellissime buchette. Forse stiamo parlando di quella al numero 8, che corrisponde alla Cantina Magnani di cui ancora c’è l’insegna su Borgo Stella.


Questo ricordo ci aiuta a capire qual era, in quegli anni, la funzione della “ buchetta del vino”. Era usata per la mescita al dettaglio di vino rosso (almeno io l’ho visto sempre di questo colore), con il  “gottino”, bicchiere da mescita di dimensioni più contenute del classico “gotto”.


Come si svolgeva il passaggio?


La mescita con questi gottini era molto impersonale, nel senso che non esistevano tanti convenevoli fra cliente e cantiniere, era quasi una catena di montaggio: veniva posato il denaro sul davanzale della finestrella, appariva la mano del cantiniere che lo prendeva a posava il bicchiere che, poi, dopo la bevuta, veniva ritirato. Il cliente non vedeva in faccia il cantiniere perché la “buchetta” era bassa, solo io lo vedevo bene, perché era alla mia altezza! Ricordo perfettamente il cantiniere di Via dei Serragli, aveva gli occhiali tondi, i capelli con la divisa nel mezzo, il gilet e la camicia senza colletto, aveva un aspetto severo e mi faceva tanta paura!


Quindi tanti bicchieri di vino, ma niente fiaschi, negli anni ’50.


Non ricordo se, oltre ai gottini, attraverso la buchetta passassero i fiaschi, certo non lo posso escludere. Comunque, quella di via dei Serragli non era la sola buchetta in funzione. Ricordo di averne viste altre nella zona di Via delle Belle Donne.




In quella via c’è la bellissima e famosa buchetta all’angolo con via della Spada, con la lapide che riporta gli orari di apertura e chiusura, forse era quella. 


Penso che negli anni cinquanta la mescita del vino alle buchette abbia rappresentato l'ultimo ed estremo uso di queste aperture che per secoli erano servite al commercio del vino locale. Quelle che ricordo, forse sono state tra le ultime a chiudere.


E’ probabile, la sua testimonianza è molto preziosa e ci aiuta ad avere un’idea precisa di quando effettivamente nella nostra città i finestrini del vino hanno smesso di funzionare. Salvo riaprire quest’anno, dopo quasi settant’anni, in funzione anti-contagio. Grazie Lorenzo di averci regalato questo bel ricordo!

L’angolo di via dei Serragli e Borgo Stella, con la Cantina Magnani e, sulla destra, la buchetta che affaccia su via dei Serragli.

Sotto, dettaglio della buchetta come si presenta oggi.

 In via delle Belle Donne 2 si legge anche l’orario di apertura della cantina

3 ottobre 2020

ultimo aggiornamento

3 ottobre 2020

BUCHETTE ANTICONTAGIO,

IERI E OGGI                           di Diletta Corsini

                     


   Come anticipato nei giorni scorsi da Carmela Adinolfi su “la Repubblica”

abbiamo da poco ritrovato in un libro del 1634 la più antica attestazione di vendita del vino dai nostri amati finestrini, sia pure nelle particolari condizioni imposte dell'epidemia...

Già, perché le buchette si prestano magnificamente al commercio “anticontagio”, oggi come ieri!

La buchetta di via dell’Isola delle Stinche che fin dall’inizio della pandemia è stata riaperta e riattivata dal Vivoli per la vendita di cappuccini e gelati in vaschetta e non di vino. Questo finestrino, come quello a lui vicino dell’Osteria delle Brache in Piazza Peruzzi, e quello di Babae in Santo Spirito, ci ha riportati di colpo indietro nel tempo: possiamo di nuovo sperimentare la funzione originaria delle buchette: il commercio a distanza. Obbligatorio, peraltro, durante il tempo di peste!


Nella Relazione del Contagio stato in Firenze l’anno 1630 e 1633 Francesco Rondinelli, studioso e accademico fiorentino – narra che durante la terribile epidemia che funestò l’intera Europa in due riprese, coloro che vendevano il vino dai propri palazzi - per evitare di contagiarsi entrando in contatto con gli acquirenti – ricevevano il pagamento non direttamente con le mani ma con una paletta metallica e li mettevano subito a nell'aceto per disinfettarli. Evitavano poi, per precauzione, di maneggiare i fiaschi portati dai clienti o di barattare i vuoti. Si poteva procedere in due modi: o il cliente acquistava il vino già infiascato attraverso il finestrino, o procedeva a riempire il proprio fiasco attraverso una cannella (cioè un tubicino metallico) alimentata da un recipiente posto all'interno. Va da se’ che il vinaio del palazzo doveva avervi già versato il contenuto di un fiasco riempito in cantina. Per gravità il vino arrivava al fiasco del compratore!
In questo testo così antico non si parla ancora di “buchetta” o di “finestrino” ma di un generico “sportello”.


La Relazione del contagio ebbe una riedizione nel 1714, mancante sia della Canzone di Francesco Rovai sia del Ragguaglio. In compenso essa conteneva un’aggiunta di tutte le più famose pestilenze scoppiate nel mondo e, nella Prefazione, una sintetica vita dell’autore, premiato per quest’opera dal granduca Ferdinando II de’Medici con la nomina a bibliotecario granducale e poi con quella a istitutore della futura granduchessa Vittoria della Rovere.                                                                                                            

                                                                                                                                                              26 maggio 2020

Una vaschetta di gelato attraverso la buchetta di Vivoli in via delle Stinche e un bel cappuccino da Babae in via Santo Spirito

A sinistra, spunta un aperitivo dalla buchetta dell'Osteria delle Brache in piazza Peruzzi. A destra un ritratto di Francesco Rondinelli (1589-1665)

La copertina della Relazione del Rondinelli e il brano sull'uso degli "sportelli" durante la peste che ha colpito Firenze dal 1630 al 1633

1958: l'ultima buchetta...          di Diletta Corsini

 

   I ricordi d’infanzia del Marchese Gondi si soffermano, per prima cosa, sul rito di quel carro tirato da buoi e a volte anche da cavalli che ogni settimana, almeno fino al 1958, giungeva in città dalla campagna, carico di barili. Il vino per la vendita al dettaglio dal finestrino non arrivava infatti in damigiane, ma in speciali barili da trasporto da cinquanta litri. I carri avevano ancora le ruote in legno (era uno spettacolo vederli costruire dai carradori, con le doghe di quercia tenute a lungo in acqua a mineralizzare per farle indurire!) e con le strade non ancora asfaltate  il rischio di rompere i recipienti in vetro era altissimo. All’epoca i marchesi Gondi facevano arrivare dal contado anche vino già infiascato, perché così lo preferivano i vinai e i ristoratori: in questo caso i fragili contenitori, legati l’uno all’altro con la paglia, venivano impilati in forma di piramide. Questo scenografico mezzo di trasporto prendeva il nome di “carro matto”.


   Ma torniamo al nostro finestrino. Cosa c’era dietro?

La buchetta del palazzo, che fu dei Butini e poi degli Ugolini prima d’essere acquistato dai Gondi nel Settecento e infine ceduto all’Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti della Amministrazione Pubblica (adesso INPS), corrispondeva a una delle due stanze della portineria. Il più vicino dei due ambienti fungeva da guardiola del portinaio – che si chiamava Beppino - il secondo ospitava barili e damigiane.

   Bernardo Gondi rammenta che quando gli acquirenti bussavano con il batacchio allo sportellino di legno, Beppino apriva il finestrino, ritirava il fiasco del cliente, lo riempiva e poi si faceva consegnare il denaro. Solo allora restituiva il fiasco colmo!

   Da quella porticina non entravano e uscivano cose diverse dal vino, tutt’al più qualche bottiglia di ottimo olio: dai poderi della Val di Sieve giungeva infatti anche questo prezioso prodotto in barili piccoli, da trenta litri, che si distinguevano da quelli fabbricati per il vino per le doghe fasciate fittamente. Non c’era davvero necessità di aprire il finestrino per farsi recapitare plichi o pacchetti, poiché il portone di Palazzo Gondi restava sempre aperto, e le consegne potevano esser fatte agevolmente a Beppino attraverso il grande cancello che impediva il libero accesso all’androne.

   

   Con il passare del tempo, la buchetta di via Torta fu sempre meno utilizzata. I motivi? La diretta concorrenza di un civaiolo, che iniziò a vendere vino sfuso in una bottega a due passi dal palazzo; la maggior praticità per gli acquirenti nel comprare vino già infiascato o imbottigliato in un qualsiasi negozio, ora che si poteva trasportare con mezzi su gomma; la preferenza dei consumatori per un vino meno pregiato ma più economico: la fine della mezzadria aveva infatti aumentato i costi di produzione per le aziende vinicole toscane; infine l’Alluvione del 1966, che rese a lungo inutilizzabili i locali a piano terra.


   Ecco dunque come andò: non fu una legge a decretare la dismissione del finestrino del vino, ma il cambiare dei tempi e dei costumi!

                                              

                                                                                                                                                                                             21 settembre 2019.

Il Marchese Bernardo Gondi racconta i suoi ricordi di quand'era bambino e il portinaio Beppino vendeva il vino attraverso la buchetta del palazzo in via Torta

Le "buchete da ven"... di Faenza!   di Diletta Corsini

 

   Grazie alla segnalazione della signora Vilma Ortolani, che ci ha contattati attraverso la pagina FB, siamo venuti a sapere che anche Faenza ha i suoi finestrini del vino. L’origine di queste aperture non è antichissima, ma neanche recente: risale infatti alla prima metà dell’Ottocento, come già Marco Bassi, esperta guida turistica faentina da noi intervistata, aveva ipotizzato. Marco Santandrea, storico dell’arte e fondatore dell’Associazione "Torre dell'Orologio", ce ne ha riassunto la storia e addirittura indicato l’atto di nascita: un editto del 12 luglio 1824 emanato dal Cardinale Agostino Rivarola (link).

   Il prelato, nominato nello stesso anno Legato della Provincia di Ravenna, escogitò un modo che credeva infallibile per arginare le possibili insurrezioni da parte della massoneria e della carboneria e ristabilire l’ordine nel territorio: con la scusa di frenare la piaga dell’ubriachezza e “la dissipazione del denaro a danno delle innocenti famiglie” decise la chiusura di tutte le osterie e gli spacci di vino, luoghi frequentati dai ceti più poveri della popolazione, particolarmente propensi alle idee rivoluzionarie.

   Chiudendo le bettole, tuttavia, si andavano a ledere gli interessi della nobiltà, che forniva il vino dei propri poderi agli osti.Per evitare di inimicarsi gli aristocratici e per dar modo agli avventori di dissetarsi “onestamente”, il Legato ammise perciò la somministrazione del vino “alla mescita” attraverso l’entrata posteriore dei locali, quella affacciata sui vicoli, sbarrata però da una tavola di legno a mo’ di davanzale o da un cancello in legno “con un finestrino in mezzo, come si pratica in Roma” (link con l'articolo su Gioachino Belli e i "cancelletti" di Roma). Una volta dissetato, l’avventore era obbligato ad allontanarsi, pena l’arresto.

   Il vino prodotto in proprio dai proprietari, venduto in precedenza direttamente nella cantina padronale, doveva ora essere somministrato ai compratori all’esterno dell’edificio, attraverso un finestrino. Per mera comodità queste aperture furono ricavate in portoni già esistenti, molto spesso ingressi secondari dei palazzi posti in strade poco frequentate.

   L’utilizzo di questi sportellini da parte dell’aristocrazia continuò anche dopo la riapertura delle osterie, avvenuta pochi mesi dopo l’editto. I nobili - ci ha raccontato Marco Santandrea - vendevano il loro vino a un prezzo leggermente inferiore di quello delle osterie; a fianco della bucheta da ven si poteva anche trovare una panchina per meglio assaporare il vino appena acquistato. La vendita s’intensificava nelle ore serali, con la concomitante chiusura dei negozi e prevedeva che il cliente porgesse dallo sportello il proprio contenitore (generalmente un fiasco).

   Come è facile immaginare, gli sportellini di via Borsieri, via Tonducci, via Torricelli (palazzo ex Ragnoli) e via Viarani (nelle foto a destra, nell'ordine) sono gli ultimi superstiti di una tradizione, scomparsa solo intorno ai primi del Novecento in concomitanza della nascita delle cantine sociali: più efficienti, più moderne, e soprattutto capaci di produrre un vino migliore.

   In seguito la sostituzione dei battenti lignei e le trasformazioni edilizie hanno cancellato questi piccoli segni, che sicuramente andrebbero valorizzati. È assai probabile, peraltro, che nelle città vicine (Ravenna, ad esempio) nelle quali l’editto era in vigore siano presenti altri esempi superstiti… Non resta che andare a cercarli!



28 aprile 2019.

In questa mappa, inviataci dall’Associazione Torre dell’Orologio, sono segnalati in colore verde gli sportellini ancora oggi esistenti. In rosso, invece, quelli scomparsi: uno in Via Manfredi, che faceva parte delle cosiddette Case Manfredi, poi Palazzo dei Caldesi; l'altro in Vicolo Diavoletto, a servizio del Palazzo Ghirlandi.

Anche Faenza ha, come Firenze, le proprie buchette-fantasma: finestrini scomparsi ma documentati da prospetti architettonici, vecchie fotografie (quello in via Manfredi) e fonti a stampa. Questa volta è addirittura uno scritto di Pietro Nenni, leader storico del Partito Socialista Italiano, a fornirci le prove di un settimo sportello faentino, oggi non più esistente: vi si legge infatti che il padre Giuseppe, detto Jusafì, già mezzadro-fattore a Solarolo, si trasferì a Faenza alle dipendenze dei Conti Ginnasi, per i quali fece il domestico, il magazziniere e l’addetto alla vendita del vino al minuto alla “bocchetta del Palazzo Ginnasi”.

Il palazzo Ginnasi esiste ancora, in Corso Matteotti, ma la “bocchetta” no. Forse il finestrino si trovava nel Vicolo Naldi, sul quale si affaccia il fianco del palazzo.

Lo Spedale... e la buca scomparsa!      

    l'incredibile scoperta di Diletta Corsini


  Che i maggiori Spedali toscani fossero fin dal Medioevo “città nella città”, enti polifunzionali capaci di curare e ospitare pellegrini e infermi, accogliere e avviare al lavoro i bambini abbandonati, elargire elemosine e gestire un ingente patrimonio immobiliare è ben noto.

   Che sorpresa invece, scoprire in un’antica pianta dello Spedale di Santa Maria Nuova la presenza delle “Stanze della buca dove si vende il Vino”!

   La planimetria in questione, realizzata in occasione di un Censimento dei Beni nel 1707, descrive due ambienti contigui, situati al piano terra della fabbrica sotto l’ala est del loggiato, dotati di un’unica porta aperta su un cortile interno.

   Un particolare della piazza, disegnata dello Zocchi circa quarant’anni dopo, illustra come avvenisse la vendita: da una buchetta! Un finestrino del vino con la consueta apertura ad arco spicca infatti come un curioso dettaglio al lato della finestra, ancora oggi esistente, delle “stanze della Buca”, sotto l’arco centrale del portico di destra.

   Possibile che la buchetta fosse già in funzione prima del completamento del loggiato, avvenuto fra il 1707 e il 1710? Pare proprio di sì: in una stampa del 1684 che inquadra il lato destro della piazza si nota una specie di palazzina a due piani con un’insolita apertura in basso proprio sotto quella  finestra…


   Alcuni testi a stampa ci restituiscono un quadro più chiaro sull’organizzazione della cantina dello Spedale e della vendita al pubblico nel Settecento: Antonio Cocchi, uno dei più stimati medici fiorentini noto anche per la sua attività letteraria, nella sua Relazione sull’Arcispedale (1742) ci informa della presenza di un cantiniere affiancato da due garzoni che “custodisce il vino nella Cantina di Casa ricevendolo dalle fattorie, lo vende al minuto al popolo e ne consegna le porzioni quotidiane per gl’infermi”.

   Fra gli Ordini per il Camarlingo di Santa Maria Nuova al tempo dello spedalingo Ricasoli spiccano invece i divieti per i cantinieri e per i loro garzoni di portare persone in cantina senza permesso, di abbandonare la Buca, di stabilire in autonomia il prezzo per le varie qualità di vino da vendere. Ci si preoccupa soprattutto che gli addetti alla Buca non “habbino l’ardire di servirsi de’danari che piglino”. Al Maestro di Casa si affida infine il compito di vigilare sui cantinieri affinché “non temperino (cioè non annacquino) il vino senza suo ordine”.

   Il principale Spedale fiorentino utilizzava quindi il prodotto delle proprie vigne non solo per arricchire la dieta dei ricoverati, il vitto del personale e per la preparazione di farmaci, ma al pari delle famiglie nobili e di alcuni istituti religiosi commerciava il vino “maggiore del bisogno” per trarre profitto.


28 giugno 2018.

Bagno a Ripoli ha un nuovo finestrino       

                        riceviamo da Massimo Casprini questa importante comunicazione


   Ho scoperto soltanto oggi un finestrino a due passi da casa mia, in una strada che ho percorso migliaia di volte. E' murato a circa tre metri d'altezza ma è evidente che prima era in basso.

   Si trova in via di Balatro n. 48, località Balatro nel comune di Bagno a Ripoli ed è sulla facciata di Casa Balatri, una costruzione del Seicento che era proprietà di questa famiglia che possedeva nelle vicinanze estesi vigneti.

   Nonostante l'altezza, per me non ci sono dubbi, perché facendo un po' di ricerche sul posto sono venuto a sapere che pochi anni fa, nel corso dei restauri, non conoscendone la vera funzione, quel manufatto fu spostato dalla posizione in cui si trovava ad altezza d'uomo sulla strada, con l'intenzione di farne una piccola edicola sacra più in alto, cosa che poi non è mai stata completata.

   La casa nel 1655 era abitata da Giovan Battista Balatri il quale possedeva vigneti nel vicino podere di Campolungo. Nel 1781 vi abitava Leopoldo Casini che faceva il mestiere di legnaiolo e non si sa se mantenne in esercizio il finestrino. Io penso di no.

  Il borgo di Balatro (su cui sto scrivendo un libro) era un gruppo di case dove abitava povera gente che campava alla giornata: gli uomini andando a fare la fossa per le fattorie granducali di lappeggi e di Mondeggi, le donne arraggiandosi con qualche lavoretto in campagna perché, qui erano molte le famiglie scacciate dal podere. Mandare uno a Balatro era una vera punizione e condanna. Inoltre, la località si trova all'incrocio di importanti vie di comunicazione fin dal medioevo.


1 giugno 2018.

Una nuova segnalazione a Lastra a Signa       

   L'appassionata di buchette Serena Mignolli ci ha fatto scoprire una nuova buchetta a Lastra a Signa. Si trova in via Ferruccio Castracani, in bella posizione sotto una finestra in un angolo riparato del palazzo, dove possiamo facilmente immaginare gli avventori con il loro fiasco da riempire.

   Avevamo soltanto un'altra referenza in quella zona, in via di Calcinaia. Probabilmente c'è ancora tanto da scoprire, così come in diverse altre località della Toscana. Ne Abbiamo censito finora 77 buchette in tutta la regione,bisogna continuare a tenere gli occhi aperti.                                             30 maggio 2018

Una brutta storia a lieto fine   

pubblichiamo la lettera inviata al Soprintendente di Firenze Andrea Pessina


   Egregio Soprintendente,

le scrivo in veste di Presidente dell’Associazione Buchette del Vino, attiva in città da oltre due anni e pochi mesi fa destinataria del suo nulla osta per l’affissione di targhe segnaletiche sulle buchette di Firenze e dintorni, attività in corso di realizzazione.


   Forse ha saputo dell’inammissibile intervento fatto venerdì scorso alla buchetta del vino di via Pandolfini, sulla facciata di palazzo Niccolini/Pagliano, segnalata da un cittadino su Facebook e subito ripresa da tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia di queste particolari testimonianze del nostro passato.

Grazie al tam tam della rete, la notizia dello scempio è giunta all’assessore Arianna Bettini del Comune di Firenze, che è prontamente intervenuta ottenendo l’immediato ripristino.


  La mattina di sabato, alle 8.00, eravamo sul posto a constatare l’efficacia dell’intervento e a comunicare prontamente sulla nostra pagina Facebook il buon esito della nostra protesta.

Ci tenevo a comunicarle questa vicenda per sottolineare ancora una volta quanto sia importante vigilare sui beni di questa città, mobilitandosi appena si scoprono inspiegabili e inqualificabili interventi come in questo caso.


  Nelle foto sono documentati la infelice collocazione delle prese d’aria del condizionatore e il succesivo ripristino effettuato nella stessa giornata.


Mi è gradita l'occasione per inviarle i più cordiali saluti


   Matteo Faglia                                                                         Firenze, 21 maggio 2018

Una buchetta ben nascosta di Diletta Corsini 


   L’idea iniziale – poi respinta in un sussulto di razionalità - era quella di intitolare questo post Le Case degli Spiriti, volgendo al plurale il celebre titolo di Isabel Allende, già di per sé dotato di un’indubbia vocazione cantiniera.

   Ecco il motivo: la caccia alle buchette presenta spesso misteriose coincidenze e sincronicità, tanto da far pensare al giocoso intervento di entità soprannaturali. Per dire, gli ultimi finestrini del vino ritrovati sono ambedue intagliati nell’anta di un portone e ugualmente nascosti da un restauro. Fin qui tutto spiegabile: le buchette più in vista sono state tutte censite, restano da riscoprire solo le meno visibili. Ciò che ha dell’incredibile è che i due portoni suddetti sono ubicati in città diverse ma in piazze con lo stesso nome: Spirito Santo a Pistoia e Santo Spirito a Firenze!

   Il nuovo finestrino rinvenuto è quello di Palazzo Guadagni, situato all’angolo della piazza più nota dell’Oltrarno e celebre per il bel loggiato trabeato che ha fatto da modello a tanti edifici fiorentini. La magnifica dimora rinascimentale, progettata dal Cronaca ai primi del Cinquecento per la famiglia Dei e un tempo decorata a graffito da Andrea del Sarto, rimase in possesso dei ricchi orafi-mercanti fino a quanto, nel 1683 il casato si estinse. Il prestigioso immobile, lasciato ai Buonomini di San Martino, fu venduto ai Guadagni (lo stemma con la croce spinata è il loro) e passò per via ereditaria ai Dufour Berte nel 1837. Per scovare la buchetta bisogna girare l’angolo e raggiungere la facciata laterale dell’edificio, quella su via Mazzetta, al n.10.  Avete presente il vecchio ingresso della “Thouar”, la prima biblioteca comunale della città? Proprio su quel portone.

   Bisogna avere l’occhio acuto del detective per scoprirlo, perché il finestrino è ormai occultato - ma non del tutto! - da una delle formelle di legno apposte come rinforzo all’anta.       

   Come potete osservare nel dettaglio, dietro alla specchiatura, in alto, fa capolino una profonda fessura semicircolare. Che non è altro che la parte superiore, arcuata, di uno sportellino per la vendita del vino ormai chiuso e sepolto. Dimensioni e posizione ad altezza braccio lo certificano. Purtroppo anche la parte interna del portone è stata modificata, l’anta è stata stuccata e verniciata. Dell’antica buchetta di palazzo Guadagni resta solo un fantasma.


Il sito, gestito dall'Associazione Buchette del Vino, è online dal 30 marzo 2016.

I testi sono a cura di Diletta Corsini, Matteo Faglia, Mary Forrest, salvo dove diversamente specificato.


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The text has been prepared by Diletta, Corsini, Matteo Faglia and Mary Forrest, except when otherwise indicated.

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