RICERCHE SCOPERTE NEWS


Il fiasco? E' una lunga storia!  di Silvia Ciappi

                                                     

   

Il fiasco si caratterizza per la forma tondeggiante, il fondo convesso e il rivestimento in erba palustre (sala o stiancia), che consentiva uno stabile equilibrio, oltre alla difesa dagli urti e dall'eccesso di luce, dannosa per il prezioso contenuto: vino o olio.

   La sua origine risale al XIV secolo. Due Novelle del Decamerone (1349-1352) di Boccaccio, fanno riferimento al fiasco come ideale recipiente per contenere buon vino vermiglio. Una delle novelle, che narra le furberie dell’oste Cisti, specifica anche che i fiaschi erano realizzati in varie misure.   

   Con maggiore precisione alcuni documenti quattrocenteschi attestano che esisteva un fiasco grande, detto di quarto, pari a litri 5,7; uno medio, detto di mezzo quarto, di litri 2,28 e infine uno piccolo, detto di metadella, di litri 1,4.

   

   Sono, però, le testimonianze figurative del XV secolo a illustrare la struttura rivestita di erba palustre, disposta in cordicelle orizzontali, che copriva l’intera superficie compreso il collo, lasciando libera solo la bocca.

Due fiaschi di piccola dimensione, tenuti legati al polso da un'ancella sono visibili in una formella del paliotto d'argento di Antonio del Pollaliolo (1477), che illustra La nascita del Battista, conservato al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze (nell'immagine in bianco e nero).

Due recipienti di grandi dimensioni, poggiati a un tronco d’albero, evidentemente utilizzati come riserva di vino per i commensali, sono raffigurati nella tempera opera di Botticelli (1483, in alto a destra), che illustra il Banchetto perNastagio degli Onesti, vicenda riferita dal Boccaccio (VIII novella della V giornata).

Alcuni affreschi attribuiti alla bottega dell'attivissima famiglia dei Ghirlandaio (1480), illustrano Le opere di misericordia dei confratelli della Compagnia dei Buonomini di San Martino, tuttora presente nel centro di Firenze, nell'atto di distribuire pane e il vino, preso da un tino e travasato in capienti fiaschi. Si tratta dell'immagine del recipiente di mezzo quarto (in basso a destra).


 Le fonti letterarie e documentarie sono meno dettagliate nel descrivere la forma del fiasco, ma altrettanto puntuali nel riferire sulla specifica funzione di recipiente per contenere e trasportare il vino. Citando un esempio Andrea Bacci, medico personale di papa Sisto V e autore del trattato sui vini De naturali vinorum historia (1595), informava che al pontefice era stato inviato pregiato vino di Montepulciano in fiaschi impagliati.


 L’inventario cinquecentesco di una fornace di Firenze, dotata di magazzino e di bottega per la vendita, elenca oltre .6000 fiaschi di diversa capacità, sia nudi, ossia da rivestire di sala, e vestiti, già ricoperti di paglia palustre e pronti per il commercio. Fu proprio la consistente produzione di fiaschi che rese necessario stabilire una regolamentazione legislativa.

   Un bando del 1574 fissava la capacità di misura in mezzo quarto, pari a litri  2,28. L’uffizio del Segno pubblico provvedeva ad applicare un marchio di piombo sul rivestimento di paglia, a garanzia dell’effettiva capienza. Pur con questo provvedimento era semplice frodare la legge: bastava inserire i fiaschi nuovi entro vesti già bollate e, così, evadere la gabella sul bollo.

Inoltre il maggiore spessore del vetro consentiva di nascondere la reale quantità del vino. Per controllare la consistenza del vetro un bando del 1626 stabiliva di apporre sul collo del fiasco, a caldo, un marchio con l'immagine del giglio di Firenze.


Fu allora, alla metà del secondo decennio del XVII secolo, che il fiasco, mutò il secolare aspetto: l’impagliatura a cordicelle orizzontali lasciava libero il collo e parte della spalla.

Alla fine del Settecento l’impagliatura fu disposta in fasce verticali e nella seconda metà dell’Ottocento, per facilitare il trasporto, la base fu rinforzata con una ciambella, realizzata con paglia di scarto, stretta con fili di erba palustre sottile, detta salicchio. Il rinforzo proteggeva il recipiente dagli urti e garantiva l’incolumità dei fiaschi che erano stipati su carri e barrocci in equilibrio, abbarcati l’uno sull’altro, sfruttando gli spazi vuoti tra i colli.           

 

Nell'ultimo quarto del XIX secolo la migliore qualità del vino toscano e, soprattutto, la sua più lunga conservabilità, facilitò l’esportazione estera e la forma dello storico recipiente fu oggetto di trasformazioni, dipendenti dal diverso impiego, come attesta il catalogo della Vetreria Del Vivo di

Empoli, della fine del XIX secolo. Il fiasco più comune, detto uso Chianti, con l’impagliatura disposta in senso verticale, era utilizzato per il vino da tavola, quello rivestito con cordicelle orizzontali fermate con fasce laterali, era impiegato per l’imbottigliamento delle acque termali e, per  questo, denominato fiasco uso Montecatini.

Per l’esportazione erano impiegati fiaschi con base rinforzata e un rivestimento più accurato, detti Toscanelli. Con quel termine si poneva l'accento sulla tipicità del prodotto regionale, divenuto il simbolo dello stretto legame esistente tra contenuto e contenitore e dell’equilibrio tra economia agricola e artigianato manifatturiero.

   I fiaschi destinati all’esportazione erano spesso rivestit con sala bianca, cioè con la parte interna e più pregiata dell'erba palustre opportunamente imbiancata al sole, e decorati con due strisce laterali di colore rosso e verde che inneggiavano alla bandiera italiana, alcuni ancora presenti in collezioni pubbliche e private o raffigurati dai pittori della prima metà del Novecento.


1764: note da un taccuino francese                          di Fausta Garavini   


L'abate Pierre Augustin Boissier de Sauvages (Alès, 1710-1795) è stato un grande naturalista che ha studiato l'allevamento dei bachi da seta (la sua città natale, Alès, nell'attuale regione Occitania, era un importante centro di produzione della seta). A Firenze fu accolto, per queste sue competenze, nell'Accademia dei Georgofili.


Era a Firenze nel 1764. La data si ricava da un'annotazione del taccuino dove registrava le sue impressioni. Non è un diario di viaggio, scritto per essere pubblicato, ma proprio solo un taccuino dove si susseguono gli appunti più disparati, separati soltanto da un tratto di penna (anche la  punteggiatura è sommaria). Ecco la traduzione della nota sulle buchette:


piccoli sportelli a 3 piedi da terra nel muro delle case dove si ha del vino da vendere  hanno 4 pollici di larghezza e 11 di altezza, sono tappati da una porticina  di latta e un battente per chiamare, ci si può passare solo una bottiglia”


 30 gennaio 2021

Una buchetta volante


   Grazie ad Attilio Tori, direttore del Museo Casa Siviero, il nostro carnet di buchette si arricchisce di un altro pregevole pezzo, situato in Lungarno Serristori 1/3 in un luogo inaccessibile al pubblico e invisibile dalla strada. La collocazione di questo finestrino è decisamente insolita: per fotografarlo siamo saliti molto in alto, per la precisione sul tetto del Museo!

   Si tratta della cornice monolitica di un’antica buchetta, riadattata a presa d’aria dell’abbaino della bella palazzina ottocentesca.


   Le ragioni di questo “riciclo” artistico e al tempo stesso funzionale sono probabilmente da ricercarsi nel particolare tipo di raccolta praticato dal celebre “detective dell’arte”.

   Rodolfo Siviero, agente segreto del SIM che giocò un ruolo di primo piano nell’opera di salvaguardia e recupero del patrimonio culturale trafugato nel corso della Seconda Guerra Mondiale, era un collezionista raffinato che dell’arte amava ogni aspetto: la sua casa museo, lasciata per testamento alla Regione Toscana, straripa di oggetti d’arte. Colpisce la vastità di tipologie (maioliche, miniature, mobili, oggetti liturgici, armi, tessuti antichi…) che risvegliavano l’interesse di Siviero, ma anche il singolare modo di “esporle”.


   Seguendo le orme di Stefano Bardini che aveva costruito il suo palazzo-museo di gusto eclettico utilizzando materiali di spoglio (altari di chiese demolite come mostre di finestre, architravi rinascimentali per le porte…), anche Siviero reimpiegò pannelli dipinti per le porte e rilievi antichi per le mostre dei camini.

   Non fa dunque eccezione la nostra bella buchetta, che adesso al posto del vino permette il passaggio di luce ed aria.

Il Bacchino della Crittogama

di Diletta Corsini



Dopo che la crittogama ebbe scemato il prodotto del vino, si diminuì anche il numero dei finestrini, e molti di essi si vedono murati recita il “Vocabolario metodico-italiano” del 1870, curato da Stefano Palma.

Molte buchette furono dunque chiuse a causa all’epidemia di oidio – la prima di carattere fungino - che non risparmiò nessuna zona della penisola, facendo calare in modo impressionante la produzione di vino in Italia nel sesto decennio dell’Ottocento.

Proprio nel drammatico periodo in cui la “polverina bianca” arrivata dall’America devastava progressivamente i vigneti scatenando il panico fra gli agricoltori che non riuscivano a trovare rimedi efficaci alla malattia, Giovanni Dupré scolpì il Bacchino della Crittogama. Un “bacchino malato” che ammiccava al suo maestro Lorenzo Bartolini sia per l’immagine di un Bacco fanciullo sia per le linee perfette e morbide della scultura, ma anche al Caravaggio per il soggetto inusuale.

In questo piccolo Bacco smagrito e dal viso corrucciato Duprè riuscì a trasferire tutto il dolore per la sua terra toscana flagellata dal fungo della vite, trasformando con un colpo di genio l’attualità in mito.


Nella prima immagine a sinistra: Giovanni Dupré (Siena 1817 - Firenze 1882) Bacchino della Crittogama, 1857, marmo. San Pietroburgo, Ermitage.


Nella seconda:Lorenzo Bartolini (Savignano 1777 - Firenze 1850) L'ammostatore o Pigiatore d'uva o Bacco fanciullo, 1820 ca., marmo. Brescia, Musei Civici di Arte e Storia. 

A spasso con la Pimpa

     

     Nella collana di guide-gioco dedicata

ai più piccoli dall'editore Panini per scoprire

le più importanti città italiane, protagonista

è la Pimpa, la simpatica cagnolina a pois

rossi ideata e disegnata da Francesco Altan.


     

     Nel titolo dedicato a Firenze, c'è a un

certo punto una bella sorpresa: a pagina 15

si parla di buchette del vino!  Riproduciamo

qui accanto le pagine, ringraziando Alberto

Galotta, autore dei testi, per aver voluto

parlare di qualcosa di insolito e aver capito

quanta curiosità possono suscitare, in grandi

e piccini, queste strane finestrelle.

Vino gratis dalle buchette

                                                  di Diletta Corsini


“Dal finestrino di un palazzo si potevano acquistare solo fiaschi di vino o

anche l’olio di produzione propria?” “E il vinsanto? S’infiascava anche

quello per la vendita diretta?” E ancora: “Davvero i nobili lasciavano

 nella buchetta un bicchiere di vino e un piatto con del cibo per i poveri?


    A queste domande, purtroppo, non è facile rispondere. In particolare, per quanto riguarda l’utilizzo del finestrino per la beneficienza, non avevamo finora incontrato fonti scritte che l’accertassero, ma solo raccolto il ricordo un po’ sbiadito di una persona che rammentava le parole del nonno negoziante: "Alla buchetta del palazzo vicino bussavano i Frati Zoccolanti, per ricevere l’elemosina…"


    Ma ecco un’esile “prova” dell’uso benefico del finestrino in un brano dello scrittore romagnolo Marino Moretti (1885-1979), celebre per le sue “Poesie scritte col lapis” rimaste tuttavia incancellabili nella memoria di generazioni di lettori.

   Marini - che si faceva chiamare per scherzo Pazzo Pazzi - visse a Firenze come studente in via Laura e poi in via del Proconsolo i suoi vent’anni. Nel suo romanzo “Né bella né brutta”, pubblicato nel 1921 e ristampato nel 1968 fra i Racconti dell’Amorino, ci racconta di Gianna - in viaggio di nozze a Firenze - che si improvvisa guida turistica per il neo-marito.

Ebbene, la sposina “… sul portone di un palazzo gentilizio indica a Tullio uno sportellino lì vicino all’ingresso e si ricorda che questa è anche una città di “signori vinai”, cioè tutti i nobili vendono vino e spesso lo donano, sì che basta bussare a codesto sportellino perché il cantiniere che resta lì dietro scatti come una molla a porgerti il fiasco…” ,

Grazie, Marino Moretti!


Bianca, Piero, Luciano e...

il fantasma della buchetta    di Diletta Corsini

 

   “Si sa come Francesco I, alla saggia e virtuosa Giovanna d’Austria preferisse la bella e procace Bianca Cappello, fuggita da Venezia col fiorentino Pietro Benvenuti (sic). Il Benvenuti, che a Venezia si vantava d’essere dei Salviati, apparteneva, invece, a una povera famiglia ed abitava proprio di fronte alla chiesa di San Marco, in una modesta casetta, ora modificata e segnata col n.7”.

   Racconta ancora Piero Bargellini che la nobilissima fanciulla, impalmata in fretta dal suo “rapitore” nella chiesa di San Marco, fu costretta a vivere per mesi come una reclusa in casa di lui, per sfuggire agli emissari dei parenti infuriati.

   Francesco de’ Medici, invaghitosi della chioma dorata della giovane intravista da una finestra, riuscí presto a incontrare la ragazza facendo breccia nel suo cuore. Bianca, come tutti sanno, diventò l’amante del figlio del Granduca; alla morte di Giovanna d’Austria sposò Francesco, ormai salito al trono, e poco dopo fu incoronata granduchessa.


   Ma cosa c’entrano le nostre buchette del vino con la storia del primo incontro di Bianca Cappello con Francesco I de’Medici?

   Non sappiamo se lo spettro della bella

veneziana aleggi ancora dietro alla famosa 

finestra, peraltro riconfigurata insieme alla 

facciata alla metà dell’Ottocento; di certo un 

fantasma, bianco come da copione, è

ricomparso in questi giorni nell’antica dimora

di Pietro e Bianca!


   Grazie all’ottimo lavoro di ricerca di

Stefania Mecatti, nostra socia, la signora

Cristina Marchese ci ha segnalato la

presenza dei “resti” di un antico finestrino

del vino nell’anta del portone della sua

abitazione in P.zza San Marco n.7 a Firenze.



   Il profilo dello sportello, privato delle

sue parti metalliche (picchiotto, cardini,

palettino di chiusura) si intuisce solo

dall’interno, sotto la superficie a smalto

chiaro del portone da poco ridipinto.


   La vicenda di quest’antica buchetta

accecata si lega incredibilmente a una

seconda storia d’amore, che ha come

protagonista non un granduca Medici

ma un altro celebre inquilino di Palazzo

Vecchio: il sindaco fiorentino Piero

Bargellini, lo scrittore e senatore della

Repubblica che abbiamo nominato in

apertura. Un mito per noi di “Buchette del Vino”,

perché fu il primo a battezzarle così.

Sul Repertorio delle Architetture Civili di Firenze si

legge che sicuramente, tra il 1916 e il 1927, Piero

Bargellini abitò in questa casa alta e stretta, di antica

fondazione, al n.7 di Piazza San Marco. Egli considerò

sempre questa abitazione, tra le molte avute, come la

più cara:

“Di lì partii per la guerra. Lì tornai dopo la

guerra. Fu la casa delle amicizie che durano

tutta la vita. (…) E fu anche la casa dell’amore”.


La serie di illustri personaggi che hanno abitato tra

quelle mura non è però finita. All'età di un anno

appena e fino ai 4 anni, al primo piano ha abitato

Luciano Artusi. il celebre studioso della

storia e della tradizione fiorentina. 

Siamo nel terzo decennio del '900 e nei suoi ricordi c'è

la sala con due finestre sulla piazza, dove il padre 

esponeva il tricolore nel portabandiera in occasione di

importanti ricorrenze.

Un finestrino del Trecento...

o una miniatura contraffatta?  di Diletta Corsini


Nel corso di una ricerca iconografica relativa a immagini di bottiglie, bicchieri e vasellame da tavola, mi sono imbattuta in questa miniatura del XIV secolo che illustra il Vizio della Gola: perbacco, l’uomo che spilla il vino dalla botte ha una buchetta alle spalle!

   

   Mi dico che è impossibile. Di certo l’incavo arcuato è una semplice nicchia ricavata nello spessore della parete: un ripostiglio per oggetti o una di quelle cavità in cui si appoggiavano le lampade a olio; se ne trovano dappertutto nelle dimore del Trecento. Però quando mai s’è vista una nicchia con uno sportello sul fondo o comunque foderata di legno? E per di più in una cantina umida?

   

   Se la buchetta nel muro raffigurasse davvero un finestrino del vino, potremmo ipotizzare che a Firenze le aperture con sportello per la vendita diretta al pianterreno dal palazzo fossero già diffuse due secoli prima di quanto si sia finora immaginato oppure che il miniatore del XIV secolo abbia disegnato qualcosa che... non esisteva ancora.

   L’immaginazione galoppa. E se si trattasse di un falso storico? Un evidente anacronismo, dovuto a un ritocco ottocentesco di questo foglio miniato per rendere più immediata e gradevole la lettura dell'immagine? In effetti lo si è già scritto a proposito della spada troppo corta dell’oste, una foggia “impossibile” nel Trecento. Mah!

   

   Difficile stabilire se questa singolare miniatura solletichi di più la mia indole di cacciatrice di buchette o la curiosità di storica dell’arte: di certo si rivela perfetta per illustrare i nuovi articoli sulla stanza del vinaio, ambiente domestico raramente ritratto dai pittori.


accanto l'immagine: Taverna - British Library, Add. mss. 27.695


Scoperta e riaperta  6 .9. 21  
             
   

   In via delle Caldaie 30r a Firenze, un locale con una splendida cantina del '300 è stato recentemente ristrutturato.

Durante i lavori, ripulendo la finestra che dà sulla strada, nella parte inferiore della grata è stata riportata a nuova vita una bellissima buchetta del vino, sagomata nel ferro con l'inconfondibile forma stondata che indicava, nei secoli passati, la vendita diretta del vino in fiaschi.


   Complimenti a Simone, Massimiliano, Tatiana e Sara per il caratteristico (e ottimo) locale e per aver voluto la targa segnaletica che l'Associazione Buchette del Vino, d'accordo con la Sovrintendenza, ha provveduto ad apporre.


   Per chi vuole fare l'esperienza di un calice di rosso o di bianco e di una degustazione di prodotti tipici toscani e pugliesi attraverso la buchetta, il locale DiVin Boccone vi aspetta!

OCCHI D'ARTISTA     di Matteo Faglia

                     

   Clet Abraham è un artista famoso in tutto il mondo per i suoi interventi sui segnali stradali, che vengono trasformati nel loro significato simbolico diventando racconti, spesso ironici, d'altro.

   

Nel suo studio a Firenze, Clet ha una buchetta del vino che gli fa da piccola vetrina su via San Niccolò. Alcuni giorni fa è intervenuto con un gesto artistico tanto semplice quanto efficace, dando vita e volto a quest'antica apertura, come si vede dalle foto qui accanto.

   

Clet dice che il suo obiettivo è sempre quello di "rivalutare le cose, gli oggetti, attraverso un atto di umanizzazione. Umanizzare è dare un'altra vita, avvicinarsi e valorizzare quello che ci circonda e capire quanto è preziosa la vita di tutto e di tutti."

   Grazie Clet, anche la buchetta ti ringrazia.

11 aprile 2021

UN INCONTRO, UN RICORDO

i "gottini" degli anni '50

                                                      intervista di Diletta Corsini


Lorenzo Curradi è seduto tra il pubblico e ascolta con grande attenzione la presentazione delle attività della nostra associazione. Alla fine si alza e mi raggiunge: dice che ha un ricordo d’infanzia da raccontarmi.


Siamo alla metà degli anni ’50 del secolo scorso, io ho sei-sette anni e abito in Via dei Fossi al n.1, e sto aspettando mio nonno che mi porterà a casa sua “diladdarno” in Via Santa Monaca, a poche centinaia di metri. Ecco arrivato il nonno Turiddu (per la cronaca, nonostante il nome, il nonno non era siciliano, ma era nato ad Empoli nel 1892; due anni prima Pietro Mascagni aveva composto la Cavalleria Rusticana, dove il personaggio chiave si chiamava Turiddu, l’opera  aveva avuto un successo travolgente e ciò  aveva indotto tanti genitori a dare ai figli questo nome assai impegnativo).


Cosa succede con il nonno Turiddu?

Il nonno mi prende per mano, attraversiamo il Ponte alla Carraia che era stato appena ricostruito dopo la distruzione bellica e ci avviamo in via dei Serragli. Vedo sul marciapiede un gruppo di persone con un bicchiere in mano, sono davanti ad una finestrella dalla quale entrano ed escono bicchieri colmi di vino rosso. Ecco che il nonno prende il borsellino, tira fuori una moneta, la mette sul davanzale di questa finestrella, prende il bicchiere di vino e se lo beve tranquillamente. Poi ripone il bicchiere, proseguiamo ancora un po’ ed arriviamo a casa dove ci accoglie mia nonna, ignara che il marito abbia già abusato della dose giornaliera di vino!


E’ un ricordo davvero particolare! Nel primo tratto di via dei Serragli, tra l’Arno e via Santa Monaca, ci sono quattro bellissime buchette. Forse stiamo parlando di quella al numero 8, che corrisponde alla Cantina Magnani di cui ancora c’è l’insegna su Borgo Stella.


Questo ricordo ci aiuta a capire qual era, in quegli anni, la funzione della “ buchetta del vino”. Era usata per la mescita al dettaglio di vino rosso (almeno io l’ho visto sempre di questo colore), con il  “gottino”, bicchiere da mescita di dimensioni più contenute del classico “gotto”.


Come si svolgeva il passaggio?


La mescita con questi gottini era molto impersonale, nel senso che non esistevano tanti convenevoli fra cliente e cantiniere, era quasi una catena di montaggio: veniva posato il denaro sul davanzale della finestrella, appariva la mano del cantiniere che lo prendeva a posava il bicchiere che, poi, dopo la bevuta, veniva ritirato. Il cliente non vedeva in faccia il cantiniere perché la “buchetta” era bassa, solo io lo vedevo bene, perché era alla mia altezza! Ricordo perfettamente il cantiniere di Via dei Serragli, aveva gli occhiali tondi, i capelli con la divisa nel mezzo, il gilet e la camicia senza colletto, aveva un aspetto severo e mi faceva tanta paura!


Quindi tanti bicchieri di vino, ma niente fiaschi, negli anni ’50.


Non ricordo se, oltre ai gottini, attraverso la buchetta passassero i fiaschi, certo non lo posso escludere. Comunque, quella di via dei Serragli non era la sola buchetta in funzione. Ricordo di averne viste altre nella zona di Via delle Belle Donne.

In quella via c’è la bellissima e famosa buchetta all’angolo con via della Spada, con la lapide che riporta gli orari di apertura e chiusura, forse era quella. 


Penso che negli anni cinquanta la mescita del vino alle buchette abbia rappresentato l'ultimo ed estremo uso di queste aperture che per secoli erano servite al commercio del vino locale. Quelle che ricordo, forse sono state tra le ultime a chiudere.


E’ probabile, la sua testimonianza è molto preziosa e ci aiuta ad avere un’idea precisa di quando effettivamente nella nostra città i finestrini del vino hanno smesso di funzionare. Salvo riaprire quest’anno, dopo quasi settant’anni, in funzione anti-contagio. Grazie Lorenzo di averci regalato questo bel ricordo!

L’angolo di via dei Serragli e Borgo Stella, con la Cantina Magnani e, sulla destra, la buchetta che affaccia su via dei Serragli. Sotto, dettaglio della buchetta.

3 ottobre 2020

BUCHETTE ANTICONTAGIO,

IERI E OGGI  di Diletta Corsini (26.5.20)

                     


   Come anticipato nei giorni scorsi da Carmela Adinolfi su “la Repubblica”

abbiamo da poco ritrovato in un libro del 1634 la più antica attestazione di vendita del vino dai nostri amati finestrini, sia pure nelle particolari condizioni imposte dell'epidemia...

Già, perché le buchette si prestano magnificamente al commercio “anticontagio”, oggi come ieri!

La buchetta di via dell’Isola delle Stinche che fin dall’inizio della pandemia è stata riaperta e riattivata dal Vivoli per la vendita di cappuccini e gelati in vaschetta e non di vino. Questo finestrino, come quello a lui vicino dell’Osteria delle Brache in Piazza Peruzzi, e quello di Babae in Santo Spirito, ci ha riportati di colpo indietro nel tempo: possiamo di nuovo sperimentare la funzione originaria delle buchette: il commercio a distanza. Obbligatorio, peraltro, durante il tempo di peste!


Nella Relazione del Contagio stato in Firenze l’anno 1630 e 1633 Francesco Rondinelli, studioso e accademico fiorentino – narra che durante la terribile epidemia che funestò l’intera Europa in due riprese, coloro che vendevano il vino dai propri palazzi - per evitare di contagiarsi entrando in contatto con gli acquirenti – ricevevano il pagamento non direttamente con le mani ma con una paletta metallica e li mettevano subito a bagno nell'aceto per disinfettarli. Evitavano poi, per precauzione, di maneggiare i fiaschi portati dai clienti o di barattare i vuoti. Si poteva procedere in due modi: o il cliente acquistava il vino già infiascato attraverso il finestrino, o procedeva a riempire il proprio fiasco attraverso una cannella (cioè un tubicino metallico) alimentata da un recipiente posto all'interno. Va da se’ che il vinaio del palazzo doveva avervi già versato il contenuto di un fiasco riempito in cantina. Per gravità il vino arrivava al fiasco del compratore!
In questo testo così antico non si parla ancora di “buchetta” o di “finestrino” ma di un generico “sportello”.


La Relazione del contagio ebbe una riedizione nel 1714, mancante sia della Canzone di Francesco Rovai sia del Ragguaglio. In compenso essa conteneva un’aggiunta di tutte le più famose pestilenze scoppiate nel mondo e, nella Prefazione, una sintetica vita dell’autore, premiato per quest’opera dal granduca Ferdinando II de’Medici con la nomina a bibliotecario granducale e poi con quella a istitutore della futura granduchessa Vittoria della Rovere.                                                                                                            

La copertina della Relazione del Rondinelli e il brano sull'uso

degli "sportelli" durante la peste che ha colpito Firenze dal 1630 al 1633

Una vaschetta di gelato attraverso la buchetta di Vivoli in via delle Stinche e un bel cappuccino da Babae in via Santo Spirito

A sinistra, spunta un aperitivo dalla buchetta dell'Osteria delle Brache in piazza Peruzzi. A destra un ritratto di Francesco Rondinelli (1589-1665)

Anche D’Annunzio...                      di Alessandro Cambi


   Ebbene sì.

   Anche Gabriele D’Annunzio, il Vate, l’Immaginifico, ha lasciato testimonianza delle buchette del vino. D’altra parte doveva

conoscerle, avendo passato parte della sua giovinezza, dal 1874 al 1881, tra Firenze e Prato dove studiava al Collegio Cicognini,

e avendo abitato sulle colline di Settignano dal 1898 al 1910 nella splendida villa della “Capponcina”.


   Ecco dunque cosa scrive D’Annunzio ne “Il secondo amante di Lucrezia Buti” (1907), un lungo racconto autobiografico che

andrà a far parte della raccolta “Le faville del maglio”, pubblicata nel 1924 dai Fratelli Treves a Milano.

   Il secondo amante, cui fa riferimento il titolo del racconto, è lo stesso D’Annunzio “fulminato” dalla bella Lucrezia ritratta nelle

sembianze di Salomè da Filippo Lippi (il primo amante), dopo averla ammirata nel Duomo di Prato. E rievocando la sua vita

giovanile (quasi fiero delle sue prodezze di studente poco avvezzo all’ordine e alla disciplina) il poeta si addentra nei vicoli e

nelle vie del quartiere di S. Croce portando alla nostra attenzione, uno dopo l’altro, quasi camminassimo accanto a lui, un vero

e proprio collage di scorci cittadini. Brevi ma nitide immagini, quasi una serie di istantanee o, meglio, di quadretti a olio o a

acquerello.


Le “more di ghiaia, i tumuli di rena, i crivelli rozzi dei renaioli” sul greto dell’Arno osservati dal parapetto in Piazza de’Cavalleggeri, la collina “…tutta nera e astata di cipressi” che torreggia sulla riva sinistra proprio lì di fronte;  “…l’impresa dell’Agnello col vessillo” sopra una bottega di tintori nei pressi di via Mozza e – una volta fermatosi nel mezzo del Ponte alle Grazie – l’ “apparizione mistica di quella collina dell’Incontro che ha in cima il parco murato…”.

Quindi, proseguendo il cammino – quasi fossimo suoi amici forestieri che visitano Firenze per la prima volta – il giovane Gabriele indica le “…cànove dei vini toscani, de’vini nostrali, del Chianti, di Pomino, d’Artimino, di Carmignano, di Montepulciano infiascati, e il colore della veste di sala nuova o vecchia ne′ fiaschi ordinati come i volumi nelle biblioteche…” e richiama il nostro sguardo verso “…il vinaio al finestrino della casa padronale, intento a abboccarli o a sboccarli o a sgocciolarli…”.

Che sembra essere dunque un’attività consueta, quindi normale e quotidiana nella Firenze di fine ‘800.

Giuseppe Gioachino Belli parla di Firenze

 di Alessandro Cambi


    Fra le numerose penne che - visitando Firenze e incuriosite dalle strane, piccole aperture presenti in molte abitazioni - scrissero a proposito dei finestrini del vino, quella di Giuseppe Gioachino Belli merita un posto speciale.

    Per almeno tre ragioni.


    La prima è che lo scrittore romano - che visitò la nostra città nel 1824 - ha lasciato una precisa testimonianza dei finestrini nelle sue “Prose di viaggio”.

Scrive il Belli: “… In Firenze si usa vendere il vino nel pianterreno di tutti i palazzi e di moltissime case, eseguendosi il traffico a traverso di un piccolo foro rotondo nella parte superiore e chiuso da un portellino di legno o di ferro, a cui per mezzo di un annesso battitoio i compratori picchiano”

E prosegue: “… ed apertosi loro di dentro dal vinaio di casa, il quale è insieme il portiere e spesso ancora un più multiforme ufficiale, consegnano a lui pel foro un fiasco vuoto ed alcune monete in contraccambio del fiasco pieno che ne ricevono.” 1

    Da quel che scrive, dunque, possiamo attendibilmente ritenere che, anche nei primi trenta anni del XIX secolo:

    1) in Firenze tutti i palazzi e moltissime case possedevano il loro finestrino;

    2) la compravendita era, come in epoche precedenti, ancora affidata al “vinaio” della casa, figura che in genere si sovrapponeva a quella del portiere;

    3) che spesso al vinaio-portiere venivano affidate dal padrone altre mansioni che ne facevano un vero e proprio factotum della casa.


   La seconda è che il Belli ci fornisce anche altre indicazioni che ci aiutano a individuare un’altra tipologia di aperture per la vendita del vino al dettaglio…

Difatti, sempre all’interno dello stesso brano, riporta:


“… Vogliono alcuni che l’angustia

di quelle aperture praticate sovente

anche al livello della strada nelle

inferriate onde ricevono lume le

cantine, non permettendo al di

fuori di osservare ciò che di dentro

succeda né distinguere chi

propriamente col volto a que’buchi

non si pari dinnanzi, lo stesso

Signore del luogo non isdegni

talvolta di esercitare col ministerio

del suo braccio quell’ufficio di

traffico, quando il vinaio, assente

per alcuna delle altre incombenze

sempre dall’economia del padrone

assegnategli, al suo posto non

trovisi.” 2 

Praticate sovente anche al livello della strada nelle inferriate onde ricevono lume le cantine…: Come non pensare alla buchetta posta in via dell’Oriolo al numero civico 19? O quella in via della Vigna Vecchia al n. 7?


La terza è legata al ruolo del “Signore del luogo”, che il Belli, con la sua tipica causticità, ci mostra intento a rimpiazzare in cantina il vinaio (inviato altrove dallo stesso padrone) e che non disdegna di mettersi a vendere - teso al guadagno al pari di un qualunque bottegaio cittadino - la propria merce; beninteso senza essere né visto in faccia né riconosciuto.

    D’altra parte noblesse oblige


1 Giuseppe Gioacchino Belli, Lettere Giornali Zibaldone, Ed. a cura di Giovanni Orioli, Einaudi, Torino, 1962 p. 38.

2 Ibid.

1958: l'ultima buchetta...          di Diletta Corsini

 

   I ricordi d’infanzia del Marchese Gondi si soffermano, per prima cosa, sul rito di quel carro tirato da buoi e a volte anche da cavalli che ogni settimana, almeno fino al 1958, giungeva in città dalla campagna, carico di barili. Il vino per la vendita al dettaglio dal finestrino non arrivava infatti in damigiane, ma in speciali barili da trasporto da cinquanta litri. I carri avevano ancora le ruote in legno (era uno spettacolo vederli costruire dai carradori, con le doghe di quercia tenute a lungo in acqua a mineralizzare per farle indurire!) e con le strade non ancora asfaltate  il rischio di rompere i recipienti in vetro era altissimo. All’epoca i marchesi Gondi facevano arrivare dal contado anche vino già infiascato, perché così lo preferivano i vinai e i ristoratori: in questo caso i fragili contenitori, legati l’uno all’altro con la paglia, venivano impilati in forma di piramide. Questo scenografico mezzo di trasporto prendeva il nome di “carro matto”.


   Ma torniamo al nostro finestrino. Cosa c’era dietro?

La buchetta del palazzo, che fu dei Butini e poi degli Ugolini prima d’essere acquistato dai Gondi nel Settecento e infine ceduto all’Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti della Amministrazione Pubblica (adesso INPS), corrispondeva a una delle due stanze della portineria. Il più vicino dei due ambienti fungeva da guardiola del portinaio – che si chiamava Beppino - il secondo ospitava barili e damigiane.

   Bernardo Gondi rammenta che quando gli acquirenti bussavano con il batacchio allo sportellino di legno, Beppino apriva il finestrino, ritirava il fiasco del cliente, lo riempiva e poi si faceva consegnare il denaro. Solo allora restituiva il fiasco colmo!

   Da quella porticina non entravano e uscivano cose diverse dal vino, tutt’al più qualche bottiglia di ottimo olio: dai poderi della Val di Sieve giungeva infatti anche questo prezioso prodotto in barili piccoli, da trenta litri, che si distinguevano da quelli fabbricati per il vino per le doghe fasciate fittamente. Non c’era davvero necessità di aprire il finestrino per farsi recapitare plichi o pacchetti, poiché il portone di Palazzo Gondi restava sempre aperto, e le consegne potevano esser fatte agevolmente a Beppino attraverso il grande cancello che impediva il libero accesso all’androne.

   

   Con il passare del tempo, la buchetta di via Torta fu sempre meno utilizzata. I motivi? La diretta concorrenza di un civaiolo, che iniziò a vendere vino sfuso in una bottega a due passi dal palazzo; la maggior praticità per gli acquirenti nel comprare vino già infiascato o imbottigliato in un qualsiasi negozio, ora che si poteva trasportare con mezzi su gomma; la preferenza dei consumatori per un vino meno pregiato ma più economico: la fine della mezzadria aveva infatti aumentato i costi di produzione per le aziende vinicole toscane; infine l’Alluvione del 1966, che rese a lungo inutilizzabili i locali a piano terra.


   Ecco dunque come andò: non fu una legge a decretare la dismissione del finestrino del vino, ma il cambiare dei tempi e dei costumi!

                                              

                                                                                                                                                                                             21 settembre 2019.

Il Marchese Bernardo Gondi e i suoi ricordi di quand'era bambino e si vendeva il vino alla buchetta del palazzo in via Torta

Il vino del Granduca       di Laura Baldini

 

   

«In this Palace the Duke ordinarily resides, living with his Swiss guards, after the frugal Italian way, and even selling what he can spare of his wines, at the cellar under his very house, wicker bottles dangling over even the chief entrance into the palace, serving for a vintner's bush»


In questo palazzo [Pitti] il Granduca normalmente risiede, abitando con le sue guardie svizzere secondo il modo frugale italiano, perfino vendendo i vini di cui può far a meno nella cantina sotto la propria casa: fiaschi impagliati sono sospesi anche sul portale principale del palazzo, che hanno la stessa funzione della frasca per il vinaio”.


                                                             John Evelyn, Diario, 1644


   Con queste parole John Evelyn, nel 1644, registra nel suo Diario – cronaca minuta e avvincente degli eventi che vanno dal 1640 al 1706 –un fatto singolare su Ferdinando II de’ Medici: il vino che gli avanza, il Granduca lo vende nelle cantine del suo palazzo; non solo, ma tiene i fiaschi impagliati appesi alla volta dell’ingresso principale di Pitti.

   La notizia, così come la si legge, ha un po’ dell’incredibile; non tanto per il fatto di vendere il vino, quanto per l’uso di appendere i fiaschi impagliati alla volta dell’ingresso principale, passaggio obbligato per chiunque si recasse in visita al Granduca.

   Vediamo di capire qual era la situazione nel 1644, epoca in cui scrive John Evelyn. Abbiamo fortunatamente a disposizione la Pianta disegnata da Diacinto Maria Marmi meno di vent’anni dopo, e quindi largamente attendibile (fig. 1).


   L’ingresso centrale era molto diverso da quello attuale, che sarebbe stato realizzato da Pasquale Poccianti nell’Ottocento, dopo la restaurazione lorenese, sacrificando la camera sulla sinistra (segnata A) e inglobando il locale della Guardia Tedesca. Il vecchio androne era sicuramente più stretto, ma l’altezza doveva essere all’incirca quella odierna, 9-10 m, l’intero interpiano. Sembra incredibile che fossero appesi dei fiaschi a quell’altezza, dove sarebbe stato difficile sistemarli e ancor più riprenderli. E c’è un altro fatto di cui tener conto: né sulla pianta secentesca del Marmi, né su quelle settecentesche, vi è traccia di un collegamento fra l’androne principale e le sottostanti cantine. E quindi?

E quindi dobbiamo pensare che l’indicazione di John Evelyn non sia completamente esatta. D’altra parte, non può essere nemmeno completamente sbagliata: se sul Diario si parla di una chief entrance, qualcosa del genere doveva esserci. E infatti c’era.


   Sulla facciata di Pitti esiste un altro portone, delle stesse dimensioni di quello centrale. Oggi introduce agli uffici di Soprintendenza, ma originariamente era l’ingresso carrabile del palazzo, l’unico da cui si poteva arrivare al giardino: le carrozze entravano in un androne, attraversavano il contiguo Cortile del Tinello, proseguivano fino al Cortilino dei Sig.riPaggi e quindi raggiungevano Boboli da una rampa che saliva all’Anfiteatro.

   L’androne è indicato nella pianta del Marmi con il n. 15, insieme a una scaletta di servizio sulla destra, e la legenda descrive il tutto come Ricetto che serve per passo delle carrozze e scala che scende in cantina del Ser.mo Principe cardinale Gio. Carlo: è l’unica traccia di un collegamento diretto fra un androne e le cantine (raggiungibili, peraltro, anche da una rampa cordonata situata nelle vicinanze). Poco più in là, al n. 5 (sotto il pianerottolo dello scalone, fra l’andito n. 6 e lo stanzino n. 4), è indicato lo Stanzino del Maestro di cantina.

  

   La corrispondente zona del sottosuolo, che il Marmi non rappresenta, è ben visibile in una planimetria del 1775 (fig. 2): a destra del Terrapieno sotto al secondo Ingresso (n. 8) è riconoscibile la parte inferiore della scaletta di collegamento col piano terreno, che in una successiva pianta di fine secolo troviamo indicata con la lettera n fra le Scale inservibili.

  1. Diacinto Maria Marmi, Pianta della prima Habitatione Terrena del Gran Palazzo, dove habita l’Estate il Serenissimo Gran Duca(part.), 1663 ca. La planimetria fa parte della Norma per il Guardarobba, una dettagliata descrizione di Palazzo Pitti e della sua corte, scritta e disegnata dal Marmi al tempo di Ferdinando II (BNCF, II.I.284).
  2. Pianta dei Sotterranei del Real Palazzo de Pitti di S.A.R.(part.), 1775, SÚAP, RAT 52, Pianta 1 (part).

  Non v’è dubbio che in questi ambienti un’attività di vendita del vino appare molto più verosimile: e anche i fiaschi risultano più credibili se pensati appesi a un soffitto che, per la presenza dei soprastanti mezzanini, è assai più basso di quello dell’ingresso centrale.

   Si tratta, naturalmente, di un’ipotesi, destinata a restare tale in mancanza di documenti che la confermino; un’ipotesi, tuttavia, da prendere in considerazione. John Evelyn ha visitato Boboli, è arrivato fino alla Vasca dell’Isola e alla Fontana di Nettuno, di cui non fa il nome ma che si riconosce perché ne ricorda il bacino fatto di un unico blocco di pietra, il più grande che egli abbia mai visto; se, come è probabile, l’ha visitato in carrozza, è passato dall’androne carraio e lì può avere visto i fiaschi.


   Sicuramente la visita fu registrata e annotata in qualche registro della corte granducale; sarebbe interessante cercarne traccia in Archivio di Stato e verificare se esiste una descrizione che possa chiarire i dubbi suscitati dal Diario di John Evelyn.


                                                                                                             10 luglio 2019

Anche Faenza ha, come Firenze, le proprie buchette-fantasma: finestrini scomparsi ma documentati da prospetti architettonici, vecchie fotografie (quello in via Manfredi) e fonti a stampa. Questa volta è addirittura uno scritto di Pietro Nenni, leader storico del Partito Socialista Italiano, a fornirci le prove di un settimo sportello faentino, oggi non più esistente: vi si legge infatti che il padre Giuseppe, detto Jusafì, già mezzadro-fattore a Solarolo, si trasferì a Faenza alle dipendenze dei Conti Ginnasi, per i quali fece il domestico, il magazziniere e l’addetto alla vendita del vino al minuto alla “bocchetta del Palazzo Ginnasi”. Il palazzo Ginnasi esiste ancora, in Corso Matteotti, ma la “bocchetta” no. Forse il finestrino si trovava nel Vicolo Naldi, sul quale si affaccia il fianco del palazzo.

In questa mappa, inviataci dall’Associazione Torre dell’Orologio, sono segnalati in colore verde gli sportellini ancora oggi esistenti. In rosso, invece, quelli scomparsi: uno in Via Manfredi, che faceva parte delle cosiddette Case Manfredi, poi Palazzo dei Caldesi; l'altro in Vicolo Diavoletto, a servizio del Palazzo Ghirlandi.

Come è facile immaginare, gli sportellini di via Borsieri, via Tonducci, via Torricelli (palazzo ex Ragnoli) e via Viarani (nelle foto, nell'ordine) sono gli ultimi superstiti di una tradizione, scomparsa solo intorno ai primi del Novecento in concomitanza della nascita delle cantine sociali: più efficienti, più moderne, e soprattutto capaci di produrre un vino migliore.

   In seguito la sostituzione dei battenti lignei e le trasformazioni edilizie hanno cancellato questi piccoli segni, che sicuramente andrebbero valorizzati. È assai probabile, peraltro, che nelle città vicine (Ravenna, ad esempio) nelle quali l’editto era in vigore siano presenti altri esempi superstiti… Non resta che andare a cercarli!



28 aprile 2019.

Le "buchete da ven"... di Faenza!   di Diletta Corsini

 

   Grazie alla segnalazione della signora Vilma Ortolani, che ci ha contattati attraverso la pagina FB, siamo venuti a sapere che anche Faenza ha i suoi finestrini del vino. L’origine di queste aperture non è antichissima, ma neanche recente: risale infatti alla prima metà dell’Ottocento, come già Marco Bassi, esperta guida turistica faentina da noi intervistata, aveva ipotizzato. Marco Santandrea, storico dell’arte e fondatore dell’Associazione "Torre dell'Orologio", ce ne ha riassunto la storia e addirittura indicato l’atto di nascita: un editto del 12 luglio 1824 emanato dal Cardinale Agostino Rivarola.

   Il prelato, nominato nello stesso anno Legato della Provincia di Ravenna, escogitò un modo che credeva infallibile per arginare le possibili insurrezioni da parte della massoneria e della carboneria e ristabilire l’ordine nel territorio: con la scusa di frenare la piaga dell’ubriachezza e “la dissipazione del denaro a danno delle innocenti famiglie” decise la chiusura di tutte le osterie e gli spacci di vino, luoghi frequentati dai ceti più poveri della popolazione, particolarmente propensi alle idee rivoluzionarie.

   Chiudendo le bettole, tuttavia, si andavano a ledere gli interessi della nobiltà, che forniva il vino dei propri poderi agli osti.Per evitare di inimicarsi gli aristocratici e per dar modo agli avventori di dissetarsi “onestamente”, il Legato ammise perciò la somministrazione del vino “alla mescita” attraverso l’entrata posteriore dei locali, quella affacciata sui vicoli, sbarrata però da una tavola di legno a mo’ di davanzale o da un cancello in legno “con un finestrino in mezzo, come si pratica in Roma”. Una volta dissetato, l’avventore era obbligato ad allontanarsi, pena l’arresto.

   Il vino prodotto in proprio dai proprietari, venduto in precedenza direttamente nella cantina padronale, doveva ora essere somministrato ai compratori all’esterno dell’edificio, attraverso un finestrino. Per mera comodità queste aperture furono ricavate in portoni già esistenti, molto spesso ingressi secondari dei palazzi posti in strade poco frequentate.

   L’utilizzo di questi sportellini da parte dell’aristocrazia continuò anche dopo la riapertura delle osterie, avvenuta pochi mesi dopo l’editto. I nobili - ci ha raccontato Marco Santandrea - vendevano il loro vino a un prezzo leggermente inferiore di quello delle osterie; a fianco della bucheta da ven si poteva anche trovare una panchina per meglio assaporare il vino appena acquistato. La vendita s’intensificava nelle ore serali, con la concomitante chiusura dei negozi e prevedeva che il cliente porgesse dallo sportello il proprio contenitore (generalmente un fiasco).

   

Una buchetta nella Villa di Pomino!       

di Lorella Baggiani


   Alle vicende delle famiglie Albizi e Frescobaldi è legata una buchetta rinvenuta nella tenuta di Pomino (Rufina), luogo rinomato per la produzione di quel marchio blasonato e spesso evocato a fianco del Chianti o del Montepulciano.

   L'apertura risulta riportata sulla parete che si affaccia all'interno dei pregevoli locali per conservare il vino risalenti al XVII secolo, ovvero nella parte più antica delle cantine collocate al di sotto del nucleo centrale della villa costruita dagli Albizi nel Cinquecento e contraddistinta dall'elegante porticato.


   Due sono i momenti salienti che contraddistinguono la storia della Villa Il Palagio di Pomino, collocabili agli inizi del XVII secolo e nell'ultimo quarantennio del XIX. Su una delle estremità del porticato cinquecentesco che incornicia il perimetro della villa, si apre la cappella interamente affrescata con storie di San Nicola di Bari e di San Luca, per mano di Filippo Tarchiani, collaboratore di Jacopo Chimenti, detto l'Empoli, che dipinse invece la tela posta sull'altare raffigurante La Cena in Emmaus. I lavori furono commissionati da Luca di Girolamo degli Albizi, importante personaggio legato alla corte medicea, ed i relativi pagamenti risalgono al 1609.


    Il ciclo pittorico e la bella tela coniugano la monumentalità che si addice alle tematiche sacre con lo spirito più dimesso, calato nella dimensione di una vita quieta, quotidianamente impegnata nei ritmi del lavoro di quella che già era una fiorente azienda agricola. Una vocazione del resto costante nella storia secolare della famiglia Albizi, come testimoniano le importanti tenute, oltre che di Pomino, di Poggio a Remole e Nipozzano.


   La rinascita ottoscentesca della tenuta di Pomino è legata alla figura di Leonia Albizi discendente, insieme al fratello Vittorio, di quel ramo familiare trasferitosi in Francia alla fine del XV secolo, dopo l'ascesa dei Medici. Rientrata a Firenze negli anni quaranta dell'Ottocento, Leonia rimase ben presto unica erede del vasto patrimonio della famiglia e si unì in nozze nel 1863 ad Angelo Frescobaldi.


   I due portarono avanti con convinzione il processo di rinnovamento e modernizzazione della produzione vinicola già intrapreso da Vittorio  Albizi che aveva fatto tesoro dell'esperienza maturata in Francia.Elemento tangibile di questo processo di assimilazione alle tecniche d'oltralpe è rappresentato dalla nuova "Tinaia" voluta da Leonia: costruita su progetto dell'ingegnere Pietro Calvelli, il nuovo edificio,

caratterizzato dal ricorso alla ghisa per gli elementi architettonici, come le agili colonne, e dall'enfilade delle barrique, integrava gli spazi delle cantine seicentesce impostate su ben più gravi pilastri divisori.

   

La forma piena e tondeggiante della buchetta oggi murata, come si è detto, a bella mostra sulla parete della cantina, si accorda con il gusto secentesco e potrebbe quindi essere legata al periodo di massima vitalità della tenuta, testimoniata dal ciclo pittorico dell'Empoli e del Tarchiani, unica concessione decorativa in ambienti improntati piuttosto al convenzionale senso della misura fiorentino. Forse quando le tecniche più innovative tardo ottocentesche hanno fatto ingresso nell'economia secolare della tenuta, la buchetta, retaggio ingombrante di una modalità di commercio in via di superamento, è stata spostata ma non soppressa.                                                   8.5.18


Lo Spedale... e la buca scomparsa!      

    l'incredibile scoperta di Diletta Corsini


  Che i maggiori Spedali toscani fossero fin dal Medioevo “città nella città”, enti polifunzionali capaci di curare e ospitare pellegrini e infermi, accogliere e avviare al lavoro i bambini abbandonati, elargire elemosine e gestire un ingente patrimonio immobiliare è ben noto.

   Che sorpresa invece, scoprire in un’antica pianta dello Spedale di Santa Maria Nuova la presenza delle “Stanze della buca dove si vende il Vino”!

   La planimetria in questione, realizzata in occasione di un Censimento dei Beni nel 1707, descrive due ambienti contigui, situati al piano terra della fabbrica sotto l’ala est del loggiato, dotati di un’unica porta aperta su un cortile interno.

   Un particolare della piazza, disegnata dello Zocchi circa quarant’anni dopo, illustra come avvenisse la vendita: da una buchetta! Un finestrino del vino con la consueta apertura ad arco spicca infatti come un curioso dettaglio al lato della finestra, ancora oggi esistente, delle “stanze della Buca”, sotto l’arco centrale del portico di destra.

   Possibile che la buchetta fosse già in funzione prima del completamento del loggiato, avvenuto fra il 1707 e il 1710? Pare proprio di sì: in una stampa del 1684 che inquadra il lato destro della piazza si nota una specie di palazzina a due piani con un’insolita apertura in basso proprio sotto quella  finestra…


   Alcuni testi a stampa ci restituiscono un quadro più chiaro sull’organizzazione della cantina dello Spedale e della vendita al pubblico nel Settecento: Antonio Cocchi, uno dei più stimati medici fiorentini noto anche per la sua attività letteraria, nella sua Relazione sull’Arcispedale (1742) ci informa della presenza di un cantiniere affiancato da due garzoni che “custodisce il vino nella Cantina di Casa ricevendolo dalle fattorie, lo vende al minuto al popolo e ne consegna le porzioni quotidiane per gl’infermi”.

   Fra gli Ordini per il Camarlingo di Santa Maria Nuova al tempo dello spedalingo Ricasoli spiccano invece i divieti per i cantinieri e per i loro garzoni di portare persone in cantina senza permesso, di abbandonare la Buca, di stabilire in autonomia il prezzo per le varie qualità di vino da vendere. Ci si preoccupa soprattutto che gli addetti alla Buca non “habbino l’ardire di servirsi de’danari che piglino”. Al Maestro di Casa si affida infine il compito di vigilare sui cantinieri affinché “non temperino (cioè non annacquino) il vino senza suo ordine”.

   Il principale Spedale fiorentino utilizzava quindi il prodotto delle proprie vigne non solo per arricchire la dieta dei ricoverati, il vitto del personale e per la preparazione di farmaci, ma al pari delle famiglie nobili e di alcuni istituti religiosi commerciava il vino “maggiore del bisogno” per trarre profitto.


28 giugno 2018.

Bagno a Ripoli ha un nuovo finestrino       

                        riceviamo da Massimo Casprini questa importante comunicazione


   Ho scoperto soltanto oggi un finestrino a due passi da casa mia, in una strada che ho percorso migliaia di volte. E' murato a circa tre metri d'altezza ma è evidente che prima era in basso.

   Si trova in via di Balatro n. 48, località Balatro nel comune di Bagno a Ripoli ed è sulla facciata di Casa Balatri, una costruzione del Seicento che era proprietà di questa famiglia che possedeva nelle vicinanze estesi vigneti.

   Nonostante l'altezza, per me non ci sono dubbi, perché facendo un po' di ricerche sul posto sono venuto a sapere che pochi anni fa, nel corso dei restauri, non conoscendone la vera funzione, quel manufatto fu spostato dalla posizione in cui si trovava ad altezza d'uomo sulla strada, con l'intenzione di farne una piccola edicola sacra più in alto, cosa che poi non è mai stata completata.

   La casa nel 1655 era abitata da Giovan Battista Balatri il quale possedeva vigneti nel vicino podere di Campolungo. Nel 1781 vi abitava Leopoldo Casini che faceva il mestiere di legnaiolo e non si sa se mantenne in esercizio il finestrino. Io penso di no.

  Il borgo di Balatro (su cui sto scrivendo un libro) era un gruppo di case dove abitava povera gente che campava alla giornata: gli uomini andando a fare la fossa per le fattorie granducali di lappeggi e di Mondeggi, le donne arraggiandosi con qualche lavoretto in campagna perché, qui erano molte le famiglie scacciate dal podere. Mandare uno a Balatro era una vera punizione e condanna. Inoltre, la località si trova all'incrocio di importanti vie di comunicazione fin dal medioevo.


1 giugno 2018.

Una nuova segnalazione a Lastra a Signa       

   L'appassionata di buchette Serena Mignolli ci ha fatto scoprire una nuova buchetta a Lastra a Signa. Si trova in via Ferruccio Castracani, in bella posizione sotto una finestra in un angolo riparato del palazzo, dove possiamo facilmente immaginare gli avventori con il loro fiasco da riempire.

   Avevamo soltanto un'altra referenza in quella zona, in via di Calcinaia. Probabilmente c'è ancora tanto da scoprire, così come in diverse altre località della Toscana. Ne Abbiamo censito finora 77 buchette in tutta la regione,bisogna continuare a tenere gli occhi aperti.                                             30 maggio 2018

                          Una buchetta nella Villa la Quiete 

                                                              di Lorella Baggiani


  Le buchette del vino animano, ormai si sa, tante facciate di palazzi cittadini e stanno lì a ricordarci i fondamenti della nostra civiltà, profondamente radicata nel lavoro della terra e nell'esaltazione dei suoi prodotti. Logico pensare, quindi, che potessero essere diffuse anche fuori dalle mura cittadine, nei luoghi dove la produzione del vino traeva origine e si organizzava intorno ai nuclei produttivi rappresentati dalle ville e dalle fattorie di campagna.


Nella zona circostante la Pieve di San Cresci in Valcava (Borgo San Lorenzo) si staglia l'imponente volumetria di villa La Quiete, acquistata nel1356 da Simone Gondi che inaugurava, anche con altri beni, la presenza secolare della famiglia in questo lembo di terra, presenza che si protrarrà fino al XVIII secolo. Solo nel 1759 l'immobile passò alle Montalve, per eredità del ramo femminile dei Gondi: qui, nel Ritiro delle Nobili Signore Montalve alla Quiete, nel muro di cinta che divide il perimetro del giardino dell'edificio padronale dal piccolo sacrato della cappella annessa, si scopre la sagoma della buchetta. Collocata a filo del piano calpestabile, presenta l'inconfondibile foggia arcuata che si chiude nella sagoma appuntita della pseudo chiave di volta, parte questa nascosta sotto gli strati di  muratura, ma facilmente rintracciabile scrostando il labile intonaco. Nella parte tergale, in perfetta corrispondenza dell'apertura, sono state collocate delle lastre in cotto funzionali allo scolo delle acque, ad indicare la volontà di non disfarsi di questo manufatto neppure nel momento in cui, presumibilmente, l'originaria destinazione per la distribuzione del vino deve essere apparsa desueta.

Quali possono essere state le vicende che hanno determinato la realizzazione e l'utilizzo questa buchetta del vino in villa? E' evidente che una risposta mirata è impossibile in assenza di testimonianze dirette. Possono tuttavia essere richiamate alcune circostanze legate al ciclo di vita dell’edificio, quali suggestioni per possibili letture di contesto.


   La Villa Gondi è situata lungo la direttrice che collega Borgo San Lorenzo con San Cresci in Valcava, luogo di forte attrattiva devozionale per la sua identificazione con il teatro del martirio dello stesso San Cresci e dei suoi compagni Enzo, Omnione e Panfila, avvenuto nel II secolo d.C. Nel 1703 il Granduca Cosimo III, riconoscendo la valenza storica del fatto, affidò all’architetto e scultore Giovan Battista Foggini il restauro dell'antica Pieve, rinnovata in foggia tardo barocca; sempre il Foggini disegnò il raffinato busto reliquiario per conservare il cranio del martire San Cresci, realizzato dal suo argentiere di fiducia Bernardo Holzmann.

 

   Secondo la testimonianza di Giuseppe Maria Brocchi (Descrizione della Provincia del Mugello, 1748) la villa dei Signori Gondi era famosa per i soggiorni ricorrenti proprio del Granduca, che per molti anni nel mese di luglio vi si tratteneva per giorni in occasione dei suoi pellegrinaggi alla Pieve ed alle reliquie dei Santi Martiri di Valcava che avevano, evidentemente, un posto particolare nella sua esperienza devozionale. L'Oratorio della villa, dedicato ai Santi Borromeo e Antonio Abate, è databile proprio a quest'epoca e, considerata la distruzione della Pieve disegnata dal Foggini durante il terremoto del 1919, rimane un importante esempio degli interventi attuati nei primi anni del Settecento in questo luogo così

evocativo e denso di testimonianze del cristianesimo primitivo.

Va da sè che la presenza del Granduca in villa, a pochi metri dal sito che era divenuto uno dei simboli del suo fervore religioso, deve aver determinato un certo movimento di persone, accompagnatori di corte e certo esponenti della famiglia Gondi.

Ecco allora che la buchetta per la vendita del vino prodotto nelle vigne circostanti potrebbe esser stata testimone di questo devotissimo via vai di persone che non avranno disdegnato di essere sostenute e adeguatamente rifocillate nella calura estiva.

     •Tobias Smollett (1721-1771, a sinistra), scrittore, storico, giornalista e medico scozzese, soggiornò spesso in Italia anche a causa dei  suoi problemi di salute. Morì ad Antignano e fu sepolto nel cimitero degli Inglesi di Livorno accanto alla moglie Ann, una creola figlia di un ricco proprietario terriero giamaicano incontrata durante uno dei suoi viaggi come medico di bordo nelle Indie Occidentali.

Il brano è tratto da "Viaggi attraverso la Francia e l’Italia"


     •John Evelyn (1620-1706, a destra), inglese, figlio di un gentiluomo di campagna, studiò ad Oxford e divenne membro della Royal Society. Fra il 1643 e il 1647 viaggiò per la Francia e per l'Italia, e il suo Diario, pubblicato postumo nel 1818, testimonia l’interesse inesauribile che destarono in lui le bellezze naturali, i costumi, le arti, e le usanze dei due paesi.


Il Principe dei Vinai                    di Diletta Corsini

 

     La vendita diretta del vino al finestrino dei palazzi nobiliari doveva apparire ai viaggiatori stranieri del Grand

Tour proprio una caratteristica singolare della nostra città. Non solo la brillante Lady Morgan (vedi articolo di

Corinna Carrara qui sotto) ma anche altri scrittori britannici di passaggio da Firenze avevano prima di lei

stigmatizzato questa usanza nei loro resoconti.

    Ecco cosa racconta Tobias Smollet che passò da Firenze poco prima dell'arrivo di Pietro Leopoldo:


   "A Firenze, sebbene sia piuttosto densamente popolata, sembra esservi pochissimo commercio di

qualsiasi tipo: ma gli abitanti s’illudono di raccogliere grandi vantaggi dalla residenza di uno degli

Arciduchi, per l'accoglienza del quale stanno ora restaurando Palazzo Pitti (…). Con tutto il loro

orgoglio, però, i nobili fiorentini sono umili abbastanza da entrare in società con i bottegai e perfino

di vendere il vino al minuto. E' un fatto evidente che nella facciata di ogni palazzo o grande casa, i

n questa città, c'è una finestrella fornita di un battente di ferro, e sopra a questa sta appeso un fiasco

vuoto, come insegna. Lì si manda il servo, se si vuol comprare una bottiglia di vino. Egli batte allo

sportello, che viene subito aperto da un domestico, il quale fornisce quanto richiesto e riceve il denaro

come il cameriere di una qualunque osteria."


Ma la critica più velenosa alla commercio del vino da parte della nobiltà viene da John Evelyn, che aveva

visitato Firenze nel 1644, mentre Pietro da Cortona stava decorando i soffitti di Palazzo Pitti. Egli ritrae

il Granduca Ferdinando II (qui sopra) come un incredibile “principe dei vinai”:


“In questo palazzo (la Reggia di Pitti) il Granduca normalmente risiede, abitando con le sue guardie svizzere secondo il modo (frugale) italiano, perfino vendendo quello di cui non necessita dei suoi vini nella cantina sotto la propria casa:  fiaschi impagliati sono sospesi perfino sul portale principale del palazzo, che hanno la stessa funzione della frasca per il vinaio”. 


                                                 

Chi è Lady Morgan,

e perché parla male di noi?

   di Corinna Carrara


Lady Sydney Morgan (1783 -1859) fu una delle autrici irlandesi più controverse a causa del libro-diario “Italy” pubblicato nel 1821 sulla scia del successo dei suoi romanzi.  La scrittrice aveva intrapreso con il marito un grande viaggio su commissione dell’editore Colburn, desideroso di pubblicare le impressioni vissute e descritte della nobildonna. “Italy” racconta la disastrosa situazione politica, economica e sociale del Belpaese: provocò roventi polemiche e fu messo anche all’indice nello Stato della Chiesa. Non fu possibile discuterlo in pubblico o esporlo in libreria e tutti coloro che avevano mostrato simpatia per le idee liberali della scrittrice rischiarono l’arresto!  In Italia l'intrepida Lady Morgan non perse occasione di ribadire che l'alleanza fra Trono e Altare aveva prodotto solo povertà e distruzione.     

   

   Sostenitrice delle riforme napoleoniche  e portavoce dei valori di libertà e uguaglianza, descrisse con sarcasmo le usanze della nobiltà locale guadagnandosi un buon numero di nemici all’interno degli ambienti più conservatori.

   

   Durante il suo soggiorno Firenze la sua lingua tagliente se la prese anche con i finestrini del vino! Ecco cosa scrive a proposito di commercio di vini e vendita diretta:


(…) Gli introiti di questi grandi proprietari terrieri toscani sono dovuti principalmente agli oliveti e ai vigneti, e poiché vi è poca esportazione o vendita all’ingrosso - in quando adesso esiste ogni specie di restrizione per impedire o minacciare il commercio – ciò che viene prodotto nei ricchi possedimenti della Toscana viene per necessità venduto al dettaglio a casa propria.

 

    L’influenza delle antiche usanze mercantili su uomini non adusi alla pompa del titolo è tale che questa tipologia di negozio è aperta anche nel più nobile dei palazzi. Nessuna licenza è necessaria, il prodotto della cantina viene gestito con una precisione minuziosa che non ha niente da invidiare alle piccole enoteche che si incontrano sulle principali strade di Francia.


    Mentre il cappello Cardinalizio, le chiavi Papali o la corona Ducale sono splendidamente scolpiti sopra gli immensi portali dei palazzi, appena sotto a queste insegne che connotano la dignità sociale raggiunta dalla famiglia appare una finestrella a grata, dove sta il vinaio: lì si trova appeso un vecchio fiasco.  E mentre lo splendido seguito delle Loro Eccellenze si presenta a Corte in pompa magna, il maggiordomo sta forse riempiendo al finestrino del palazzo una piccola bottiglia passata da qualche povero cliente, che probabilmente ha ricevuto come carità dal nobile lo stesso soldo che ora sta restituendo al suo negozio.

   

    Quest' uso, bensì comune, non è affatto universale.  Le case Capponi, Ginori, Pucci, Corsini e tante altre non appendono la frasca, ma ovviamente smerciano ugualmente il prodotto dei loro poderi: l’usanza prevale soprattutto fra questi ultra-nobili che aderiscono al regime Mediceo. Per i Principi di quella famiglia hanno avuto la meschinità di diventare bottegai, con l’ambizione di accumulare ricchezze…


Una brutta storia a lieto fine   

pubblichiamo la lettera inviata al Soprintendente di Firenze Andrea Pessina


   Egregio Soprintendente,

le scrivo in veste di Presidente dell’Associazione Buchette del Vino, attiva in città da oltre due anni e pochi mesi fa destinataria del suo nulla osta per l’affissione di targhe segnaletiche sulle buchette di Firenze e dintorni, attività in corso di realizzazione.


   Forse ha saputo dell’inammissibile intervento fatto venerdì scorso alla buchetta del vino di via Pandolfini, sulla facciata di palazzo Niccolini/Pagliano, segnalata da un cittadino su Facebook e subito ripresa da tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia di queste particolari testimonianze del nostro passato.

Grazie al tam tam della rete, la notizia dello scempio è giunta all’assessore Arianna Bettini del Comune di Firenze, che è prontamente intervenuta ottenendo l’immediato ripristino.


  La mattina di sabato, alle 8.00, eravamo sul posto a constatare l’efficacia dell’intervento e a comunicare prontamente sulla nostra pagina Facebook il buon esito della nostra protesta.

Ci tenevo a comunicarle questa vicenda per sottolineare ancora una volta quanto sia importante vigilare sui beni di questa città, mobilitandosi appena si scoprono inspiegabili e inqualificabili interventi come in questo caso.


  Nelle foto sono documentati la infelice collocazione delle prese d’aria del condizionatore e il succesivo ripristino effettuato nella stessa giornata.


Mi è gradita l'occasione per inviarle i più cordiali saluti


   Matteo Faglia                                                                         Firenze, 21 maggio 2018

Una buchetta ben nascosta di Diletta Corsini 


   L’idea iniziale – poi respinta in un sussulto di razionalità - era quella di intitolare questo post Le Case degli Spiriti, volgendo al plurale il celebre titolo di Isabel Allende, già di per sé dotato di un’indubbia vocazione cantiniera.

   Ecco il motivo: la caccia alle buchette presenta spesso misteriose coincidenze e sincronicità, tanto da far pensare al giocoso intervento di entità soprannaturali. Per dire, gli ultimi finestrini del vino ritrovati sono ambedue intagliati nell’anta di un portone e ugualmente nascosti da un restauro. Fin qui tutto spiegabile: le buchette più in vista sono state tutte censite, restano da riscoprire solo le meno visibili. Ciò che ha dell’incredibile è che i due portoni suddetti sono ubicati in città diverse ma in piazze con lo stesso nome: Spirito Santo a Pistoia e Santo Spirito a Firenze!

   Il nuovo finestrino rinvenuto è quello di Palazzo Guadagni, situato all’angolo della piazza più nota dell’Oltrarno e celebre per il bel loggiato trabeato che ha fatto da modello a tanti edifici fiorentini. La magnifica dimora rinascimentale, progettata dal Cronaca ai primi del Cinquecento per la famiglia Dei e un tempo decorata a graffito da Andrea del Sarto, rimase in possesso dei ricchi orafi-mercanti fino a quanto, nel 1683 il casato si estinse. Il prestigioso immobile, lasciato ai Buonomini di San Martino, fu venduto ai Guadagni (lo stemma con la croce spinata è il loro) e passò per via ereditaria ai Dufour Berte nel 1837. Per scovare la buchetta bisogna girare l’angolo e raggiungere la facciata laterale dell’edificio, quella su via Mazzetta, al n.10.  Avete presente il vecchio ingresso della “Thouar”, la prima biblioteca comunale della città? Proprio su quel portone.

   Bisogna avere l’occhio acuto del detective per scoprirlo, perché il finestrino è ormai occultato - ma non del tutto! - da una delle formelle di legno apposte come rinforzo all’anta.       

   Come potete osservare nel dettaglio, dietro alla specchiatura, in alto, fa capolino una profonda fessura semicircolare. Che non è altro che la parte superiore, arcuata, di uno sportellino per la vendita del vino ormai chiuso e sepolto. Dimensioni e posizione ad altezza braccio lo certificano. Purtroppo anche la parte interna del portone è stata modificata, l’anta è stata stuccata e verniciata. Dell’antica buchetta di palazzo Guadagni resta solo un fantasma.