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ultimo aggiornamento

24 giugno 2017

La terza è legata al ruolo del “Signore del luogo”, che il Belli, con la sua tipica causticità, ci mostra intento a rimpiazzare in cantina il vinaio (inviato altrove dallo stesso padrone) e che non disdegna di mettersi a vendere - teso al guadagno al pari di un qualunque bottegaio cittadino - la propria merce; beninteso senza essere né visto in faccia né riconosciuto.

D’altra parte noblesse oblige

 

1 Giuseppe Gioacchino Belli, Lettere Giornali Zibaldone, Ed. a cura di Giovanni Orioli, Einaudi, Torino, 1962 p. 38.

2 Ibid.

Giuseppe Gioachino Belli parla di Firenze...

di Alessandro Cambi

 

Fra le numerose penne che - visitando Firenze e incuriosite dalle strane, piccole aperture presenti in molte abitazioni - scrissero a proposito dei finestrini del vino, quella di Giuseppe Gioachino Belli merita un posto speciale.

Per almeno tre ragioni.

 

La prima è che lo scrittore romano - che visitò la nostra città nel 1824 - ha lasciato una precisa testimonianza dei finestrini nelle sue “Prose di viaggio”.

Scrive il Belli: “… In Firenze si usa vendere il vino nel pianterreno di tutti i palazzi e di moltissime case, eseguendosi il traffico a traverso di un piccolo foro rotondo nella parte superiore e chiuso da un portellino di legno o di ferro, a cui per mezzo di un annesso battitoio i compratori picchiano”

E prosegue: “… ed apertosi loro di dentro dal vinaio di casa, il quale è insieme il portiere e spesso ancora un più multiforme ufficiale, consegnano a lui pel foro un fiasco vuoto ed alcune monete in contraccambio del fiasco pieno che ne ricevono.” 1

Da quel che scrive, dunque, possiamo attendibilmente ritenere che, anche nei primi trenta anni del XIX secolo:

1) in Firenze tutti i palazzi e moltissime case possedevano il loro finestrino;

2) la compravendita era, come in epoche precedenti, ancora affidata al “vinaio” della casa, figura che in genere si sovrapponeva a quella del portiere;

3) che spesso al vinaio-portiere venivano affidate dal padrone altre mansioni che ne facevano un vero e proprio factotum della casa.

 

La seconda è che il Belli ci fornisce anche altre indicazioni che ci aiutano a individuare un’altra tipologia di aperture per la vendita del vino al dettaglio…

Difatti, sempre all’interno dello stesso brano, riporta:

“… Vogliono alcuni che l’angustia di quelle aperture praticate sovente anche al livello della strada nelle inferriate onde ricevono lume le cantine, non permettendo al di fuori di osservare ciò che di dentro succeda né distinguere chi propriamente col volto a que’buchi non si pari dinnanzi, lo stesso Signore del luogo non isdegni talvolta di esercitare col ministerio del suo braccio quell’ufficio di traffico, quando il vinaio, assente per alcuna delle altre incombenze sempre dall’economia del padrone assegnategli, al suo posto non trovisi.” 2

Praticate sovente anche al livello della strada nelle inferriate onde ricevono lume le cantine…: Come non pensare alla buchetta posta in via dell’Oriolo al numero civico 19? O quella in via della Vigna Vecchia al n. 7?

Un quadro della serie "La Roma sparita" di Ettore Roesler Franz (1845-1907)

 

Anche il Belli si sentì in dovere di dire la sua… naturalmente come gli riusciva meglio:

 

Li cancelletti

Ma cchi ddiavolo, cristo!, l’ha ttentato

sto pontescife nostro bbenedetto

d’annàcce a sseguestrà ccor cancelletto

quella grazzia-de-ddio che Iddio scià ddato!

La sera, armanco, doppo avé ssudato,

s’entrava in zanta pace in d’un buscetto

a bbeve co l’amichi quer goccetto,

e arifiatà lo stommico assetato.

Ne pô ppenzà de ppiú sto Santopadre,

pôzzi avé bbene li mortacci sui

e cquella santa freggna de su madre?

Cqui nun ze fa ppe mmormorà, ffratello,

perché sse sa cch’er padronaccio è llui:

ma ccaso lui crepassi, addio cancello.

 

Parole quasi profetiche, dato che il successore di Leone XII, Pio VIII, dopo la sua elezione nel 1829, fece asportare gli odiatissimi “cancelletti” molti dei quali furono bruciati dal popolo in festa.

 

Anche se il suo pontificato durò solo un anno e fu quasi privo di eventi degni di nota, il popolo romano lo commemorò subito con affetto e rimpianto facendo dire al sempre arguto Pasquino:

 

Allor che il sommo Pio

Comparve innanzi a Dio

Gli domandò: Che hai fatto?

Rispose: Niente ho fatto!

Corresser gli angioletti:

Levò li cancelletti…

 

Evidentemente enorme titolo di merito - per i romani - sufficiente da solo a assicurargli l’ingresso in Paradiso.

 

 

...e di una Roma che non c'è più

 

Abbiamo visto come il Belli, descrivendo il suo soggiorno in Firenze, si sia interessato ai “finestrini”. Non credo per la meraviglia e la novità del manufatto o della sua funzione, quanto invece per una sorta di - potremmo chiamarlo - “gemellaggio” tra Firenze e Roma (patria del poeta e bersaglio di moltissimi suoi sonetti) in fatto di vendita al dettaglio del vino.

 

Se sulle rive dell’Arno avevamo i finestrini, su quelle del Tevere avevano fatto la loro comparsa, proprio nell’anno della visita del Belli a Firenze, i famigerati “cancelletti”: che però, contrariamente a quanto avveniva a Firenze, non erano affatto amati dalla popolazione dell’Urbe.

Li volle Leone XII nel 1824, come parte del suo tentativo di moralizzare i costumi degli abitanti della Città Eterna, per evitare che nelle taverne avvenissero risse e omicidi dovuti agli effetti dell’alcol assunto a stomaco vuoto. Per questo il Papa-Re proibì di vendere vino all’interno delle bettole, a meno che il cliente non consumasse lì anche il pasto.

Come deterrente fece installare esternamente all’entrata di ogni osteria un piccolo cancello di legno, attraverso il quale il cliente doveva obbligatoriamente farsi passare il vino, se voleva portarselo via e bere a casa propria.

 

Naturalmente i romani, che usavano spesso ristorarsi con un “goccio di quello buono”, dopo una giornata di duro lavoro, non la presero bene. E questa situazione generò ben presto un vero e proprio risentimento del popolo verso il Pontefice.

La celebre "statua parlante" di Pasquino fu sommersa da centinaia di foglietti, tutti rigorosamente contro il contestato provvedimento e, naturalmente, contro il Papa:

 

Questo papa sempre a letto

dentro Roma allarga il ghetto,

alle scienze l’interdetto,

anche al vino il cancelletto,

questa legge é di Maometto.

Oh, governo maledetto!

 

 

Una buchetta "letteraria"

di Alessandro Cambi

 

E gli denti appiccando a quel legname

Come se 'n bocca avessero un trapáno,

Presto presto vi fecero un forame

Da porre il fiasco

e vendere il trebbiano

 

Questi versi sono tratti da un gustoso poema eroicomico – il Malmantile Racquistato – uscito postumo nel 1688 dalla penna di Lorenzo Lippi, pittore e poeta fiorentino, vissuto tra il 1606 e il 1655, che asseriva sempre di volere fare poesia come parlava e di dipingere come vedeva.

A lui si deve inoltre l’invenzione del genere letterario definito eroicomico, che si prefiggeva di utilizzare le tecniche stilistiche della poesia epica per volgerle in comicità.

La storia, organizzata in dodici Cantate in ottava, narra la contesa di due stizzose cugine, Celidora e Martinazza, per il trono di Malmantile (Lastra a Signa), paese non lontano da Pisa e Firenze che purtroppo oggi mantiene solo in minima parte l’aria da “grazioso borghetto” descritta dal Lippi.

La trama è però solo un pretesto che permette all’autore di riportare modi di dire popolari, proverbi, motti e fiorentinismi – peraltro citati e attestati in seguito dall’Accademia della Crusca - e per sbeffeggiare personaggi e usi della Firenze del tempo.

 

Ma torniamo ai versi.

Nel Quarto Cantare, all’ottava 73 sembra essere descritta proprio una “buchetta del vino”: cioè quel “forame da porre il fiasco e vendere il trebbiano”.

E da ciò che riporta la relativa nota al testo (il primo commento al poema venne redatto da un amico dell’autore, il giurista e diplomatico Paolo Minucci, 1606-1695; in seguito, ma sempre su quella base, si aggiunsero le note degli studiosi successivi, fino a

 

 

 

Lorenzo Lippi: Lot e le figlie (1650-1655 circa)

 

giungere a quelle di Antelmo Severini per l’edizione del 1861), possiamo arguire che proprio di questa si tratta in quanto…

 

“…Di questi forami o finestrini da porgere il fiasco a chi va a comprare il trebbiano (vino qualunque) dai privati, se ne vede ancora moltissimi nelle case e fin nei palazzi di Firenze…”.

 

Dunque anche a Malmantile, nella prima metà del ‘600, potevano esserci delle buchette… Esistono ancora?

Cacciatrici e cacciatori di buchette, al lavoro! Malmantile vi attende.

E noi attendiamo i vostri avvistamenti…

A spasso con la Pimpa

Nella collana di guide-gioco dedicata ai più piccoli dall'editore Panini per scoprire le più importanti città italiane, protagonista è la Pimpa, la simpatica cagnolina a pois rossi ideata e disegnata da Francesco Altan.

Nel titolo dedicato a Firenze, c'è a un certo punto una bella sorpresa: a pagina 15 si parla di buchette del vino! Riproduciamo qui accanto le pagine, ringraziando Alberto Galotta, autore dei testi, per aver voluto parlare di qualcosa di insolito e aver capito quanta curiosità possono suscitare, in grandi e piccini, queste strane finestrelle.

OTTONE ROSAI e LE BUCHETTE

Diletta Corsini, storica dell'arte e co-fondatrice dell'Associazione Buchette del Vino, ha fatto di recente una bellissima scoperta: nel ricco catalogo di opere del pittore fiorentino Ottone Rosai (1895-1957) ha trovato due dipinti degli anni '20 del secolo scorso deve compaiono in bella vista due buchette del vino.

E' partito subito un approfondimento che Diletta condividerà presto con tutti gli appassionati in un post dedicato che pubblicheremo su questo sito.

Sopra è riprodotto a sinistra il soggetto del 1928 intitolato GIOCATORI DI TOPPA;

accanto il dipinto dal titolo assai significativo di DONNE ALLA FONTE, senza data apposta.

 

Fantasmi d'autunno di Diletta Corsini

 

Viene da chiedersi se certe stagioni siano più propizie di altre ai cacciatori di buchette. Questo autunno si sta rivelando incredibilmente fruttuoso per le nostre scoperte. Abbiamo un altro finestrino da aggiungere alla lista!

Il fatto è che nessuno l’ha cercato. Si è rivelato da solo. Se non pensassi di essere presa per matta, potrei giurare che mi ha fatto l’occhiolino.

Due giorni fa, al crepuscolo, pedalavo spedita per via Santo Spirito, col pensiero fisso sulla cena da preparare. E improvvisamente, nella strada semibuia, mi si palesa un portoncino verde brillante, con un’apertura illuminata… a forma di buchetta! Un colpo al cuore. Che faccio, mi fermo o tiro dritto? Ormai rischio di vedere finestrini del vino dappertutto, e questa celebre strada dell’Oltrarno tutti noi delle Buchette del Vino l’abbiamo già percorsa innumerevoli volte per il censimento. Sempre di giorno, però!

Con la scusa di accendere i fari della bici inchiodo, e sbircio dentro il pertugio ad arco: è la bottega di un artista, con quadri appesi dappertutto. L’insegna conferma: “L’ippogrifo, stampe d’arte”. Di certo qui non si vende vino… A ricordare un passato molto diverso ci pensa invece la targa in marmo accanto al campanello, con la scritta CANTINA. Ci siamo, è davvero un finestrino!

Ma è tardi, scatto due istantanee col cellulare al portoncino e alla targa e rimonto in sella. Quattro-pedalate-quattro ed ecco Borgo San Iacopo. Rallento all’incrocio, e lo sguardo di storica dell’arte accarezza quel miracolo di design che è la fontana del Buontalenti, candida come la neve nell’oscurità incipiente. Ho deciso, mi fermo qui un momento per inviare la foto della buchetta all’Associazione: che diàmine, rimarranno di sasso!

E invece di sasso resto io. Perché a quattro metri dalla cantonata, accanto al cuoco in cappello e grembiule uscito a fumare una sigaretta, mi appare una buchetta…fantasma. Ho le traveggole o dietro l’impannata della finestra della cucina s’intravede una grata a forma di buchetta? Col cuore accelerato e vincendo l’imbarazzo fotografo la finestra illuminata, e invio il messaggio. Una o due nuove buchette, oggi? Chissà...

 

 

 

Mattino successivo, sul luogo del primo avvistamento, in via Santo Spirito. La bottega è aperta, il foro nel portoncino spalancato a invito si confonde contro il muro. La signora Francesca, che sta acquerellando sul banco un’acquaforte del marito Gianni, mi ascolta attenta sfoderando un sorriso. Sa di avere una buchetta del vino in negozio. Appoggia il pennello sulla tavolozza e m’invita ad accompagnarla nella stanza accanto, dove ha una cosa speciale da mostrarmi: lo sportello originale del finestrino! L'ha conservato, salvandolo dalla distruzione quando la porta è stata ammodernata e riadattata anni indietro.

Francesca si lascia fotografare con la vecchia porticina di legno fra le braccia: finalmente qualcuno che la pensa come lei, questi ricordi del passato devono esser protetti e valorizzati!

E la buchetta spettrale? Alla luce del giorno la magìa è sparita. Non si vede proprio. Chiedo a Maria Chiara, proprietaria della trattoria Cammillo, se posso dare un’occhiata alla finestra su via dello Sprone. Certo che c’è un finestrino sbarrato nella grata - mi dice - ma non è quel che pensi: da lì non si vendeva il vino, ma il latte: Cammillo un tempo era una latteria.

Fantastico, nella stessa serata, un finestrino del vino e un finestrino del latte!

 

Toc toc a Palazzo Medici Riccardi

 

7 ottobre 2016: un piccolo gruppo di appassionati si ritrova, su invito di Ricciardo Artusi, artefice dell'iniziativa, a inaugurare l'intervento di recupero di una delle più singolari buchette "da portone" finora trovate a Firenze. Siamo in via de' Ginori 14, in uno degli ingressi di Palazzo Medici Riccardi, dove all'interno del portone è stata riportata alla luce la porticina di legno, con tanto di cardini, usata in passato per il passaggio dei fiaschi. Siamo "nel locale terreno già in uso di vendita di vino che risponde sulla Via dei Ginori" così come segnalato in un documento del 12 luglio 1861: lì i Riccardi commerciavano i prodotti provenienti dalle numerose fattorie di proprietà, tra cui Castel Pulci in provincia di Firenze, Chianni e Rivalto e Villa Saletta nel pisano.

Grazie a Ricciardo Artusi, che ha voluto e seguito il lavoro di ripristino della parte interna della buchetta, coperta da stucco e vernice fino a pochi mesi fa, per aver voluto concedere l'onore di questa prima ufficiale alla nostra Associazione.

Qui accanto un primo piano della nuova buchetta che andrà ad inserirsi al suo posto nel nostro elenco ufficiale, in compagnia di tutte le altre buchette fiorentine e in particolare delle uniche altre due in legno, nei portoni di Piazza del Duomo 29r e di via Sant'Antonino 21.

A Casa Martelli

 

Il 15 settembre scorso, il Museo di Casa Martelli a Firenze ha ospitato un incontro sulle Buchette del Vino organizzato dalla nostra Associazione.

Tante persone, una partecipazione attenta e appassionata, un bel tuffo nel nostro mondo, con nuove scoperte e rivelazioni in anteprima.

Un grazie sincero a tutti colori che sono intervenuti, portando entusiasmo, notizie e scoperte inedite e permettendo all'Associazione di allacciare rapporti sempre più stretto con i proprietari di buchette e con tutti i propri soci ed estimatori.

 

Nell'occasione è stata anche presentata la nuova edizione del libro I FINESTRINI DEL VINO di Massimo Casprini, realizzato a cura dell'Associazione.

E' possibile ordinare il libro attraverso questo sito cliccando sulla copertina riprodotta qui accanto e inviando la richiesta alle condizioni indicate: è anche un modo per contribuire alle attività dell'Associazione, che vede crescere giorno dopo giorno l'interesse per le buchette del vino con la possibilità di avviare nel prossimo futuro nuove iniziative.

Qui si mangia e si beve

 

Sono nate e sono state utilizzate per secoli come "Finestre del vino", passaggi per niente segreti attraverso i quali milioni di fiaschi sono entrati vuoti per uscire ricolmi. Ma al giorno d'oggi, è ancora possibile gustarsi un bicchiere di quello buono con questa modalità?

Diciamolo chiaramente: non è più possibile, perché quel tipo di commercio avviene adesso con altre modalità. Però esistono ancora nel centro di Firenze diversi locali pubblici dove si può bere e mangiare in compagnia di una buchetta, e in un caso speciale addirittura di due!

Racconteremo più nei particolari le caratteristiche di ognuno di questi locali, dedicando su questo sito un apposito spazio a ciascuno. Ma vogliamo dire subito quante e quali sono le osterie, i ristoranti, i locali che vantano ancora oggi un'autentica buchetta sulle proprie pareti? Eccoli nel riquadro qui accanto, sono 13 e li elenchiamo in ordine... di numero, cioè seguendo la nostra numerazione delle buchette, utilizzata sia nell'elenco ufficiale che nella Photo Gallery che trovate nell'apposita sezione del sito: gli indirizzi li potete trovare da soli!

Buona bevuta, dunque!

 

11. Finisterrae

17. Cantina del Gelato

22. Osteria delle Belle Donne

23. La Buchetta Food&Wine

34. Le Botteghe di Donatello

43. Trattoria Osteria da Que’ Ganzi

51. Oibò

54. Vivoli Gelateria

56. Johnny Bruschetta

71-72. Il Latini

77. Osteria delle Brache

121. Odeon Bistro

130. Ristorante Buca Lapi

No grazie!

 

Non c'è dubbio, le buchette del vino attirano spesso l'attenzione di sprovveduti imbrattatori. Non viene da definirli in altro modo, perché anche là dove gli interventi che vengono fatti non sono dei veri e propri atti vandalici, è difficile tirare in ballo l'arte, anche nella sua forma più "street".

 

Alla prima categoria, quella del puro gusto di rovinare qualcosa che esiste e che non dà fastidio a nessuno, appartiene la recente storia della buchetta in via delle Casine: era uno degli ultimi esempi che ancora vantavano un bel "picchiotto" ad anello sulla porticina di legno, usato ai tempi per bussare, farsi aprire e porgere il fiasco per farselo riempire. Ed ecco che una bella mattina... il picchiotto non c'è più, come documentano le due foto in alto a destra, con un evidente "prima e dopo la cura".

 

Diverso il discorso per chi si diletta a imbrattare con scritte o interventi grafici e pittorici di vario genere e di vari colori, come documentato nelle altre fotografie, che non riportano di certo tutti gli esempi possibili, ma ne rappresentano una significativa campionatura.

 

Ai simpatici vandali e agli "artisti" imbrattatori credo vada concessa una sola, grande attenuante: quella dell'ignoranza. In senso letterale, intesa come "ignorare" che cosa rappresentano e che cosa sono state queste simpatiche aperture, ancora oggi esposte agli sguardi di tutti e purtroppo anche al cattivo gusto di qualcuno che passa, rovina, e se ne va.

 

Una buchetta volante

 

Grazie ad Attilio Tori, direttore del Museo Casa Siviero, il nostro carnet di buchette si arricchisce di un altro pregevole pezzo, situato in Lungarno Serristori 1/3 in un luogo inaccessibile al pubblico e invisibile dalla strada. La collocazione di questo finestrino è decisamente insolita: per fotografarlo siamo saliti molto in alto, per la precisione sul tetto del Museo!

Si tratta della cornice monolitica di un’antica buchetta, riadattata a presa d’aria dell’abbaino della bella palazzina ottocentesca.

 

Le ragioni di questo “riciclo” artistico e al tempo stesso funzionale sono probabilmente da ricercarsi nel particolare tipo di raccolta praticato dal celebre “detective dell’arte”.

Rodolfo Siviero, agente segreto del SIM che giocò un ruolo di primo piano nell’opera di salvaguardia e recupero del patrimonio culturale trafugato nel corso della Seconda Guerra Mondiale, era un collezionista raffinato che dell’arte amava ogni aspetto: la sua casa museo, lasciata per testamento alla Regione Toscana, straripa di oggetti d’arte. Colpisce la vastità di tipologie (maioliche, miniature, mobili, oggetti liturgici, armi, tessuti antichi…) che risvegliavano l’interesse di Siviero, ma anche il singolare modo di “esporle”.

 

Seguendo le orme di Stefano Bardini che aveva costruito il suo palazzo-museo di gusto eclettico utilizzando materiali di spoglio (altari di chiese demolite come mostre di finestre, architravi rinascimentali per le porte…), anche Siviero reimpiegò pannelli dipinti per le porte e rilievi antichi per le mostre dei camini.

Non fa dunque eccezione la nostra bella buchetta, che adesso al posto del vino permette il passaggio di luce ed aria.

Nuove scoperte a Barberino di Mugello,

Borgo San Lorenzo e Bibbiena!

 

Grazie alla segnalazione di una gentile signora che vive in zona e che ha letto su Repubblica.it l'articolo sulla nostra Associazione, anche Barberino di Mugello e Borgo San Lorenzo sono entrati nella lista delle località che, oltre a Firenze, ospitano delle buchette del vino.

Le due che vediamo qui a sinistra (la prima a Barberino) hanno una forma molto particolare, che richiamano un fiasco o un bottiglione: più esplicite di così!

A Galliano, una frazione di Barberino, ce n'è un'altra, di cui abbiamo per ora solo la foto da Google Street View (in alto a destra).

Un'altra scoperta l'abbiamo invece fatta noi a Bibbiena: in via Cappucci 32, sembra proprio una buchetta (foto in basso a destra). Adesso si tratta di trovarne altre in questa località, aspettiamo segnalazioni.

Firenze, via dei Palchetti: ai numeri 2 e 4 ci sono due belle buchette. Una collega ancora la facciata ai locali interni dello storico ristorante-fiaschetteria "Il Latini".

Sotto: una "gobba" veneziana e un "nasone" romano.

Quelle strane aperture

 

Visitare una città d’arte italiana è un’esperienza affascinante perché permette di compiere un viaggio fra il passato e il presente ogni volta diverso. C’è davvero da sbizzarrirsi, perché accanto a musei prestigiosi e a chiese che ospitano capolavori celebrati in tutto il mondo questi luoghi straordinari per storia e cultura custodiscono anche piccole cose speciali, come arredi urbani insoliti o elementi architettonici unici, del tutto inusuali altrove.

Qualche esempio? Girovagando per Venezia ci s’imbatte in centinaia di “gobbe” o “pissabraghe” - curiose protuberanze di pietra collocate negli angoli bui per impedire ai malviventi di appostarsi ma anche per dissuadere i maleducati a usare le calle e le zone oscure delle chiese come orinatoi. A Roma, invece, non si può fare a meno di notare l’esercito dei duemila e più “nasoni”, fontanelle dal cannello ricurvo che distribuiscono gratuitamente acqua potabile in tutta la città.

 

Una peculiarità tutta fiorentina sono le “buchette”, aperture ad arco praticate sulle facciate degli edifici antichi, spesso in prossimità del grande portone d’ingresso. A differenza di gobbe e nasoni, queste strane finestrelle in pietra - troppo piccole e troppo basse per potersi affacciare e ormai in gran parte accecate - il più delle volte passano inosservate ai fiorentini come ai turisti, o vengono sbrigativamente catalogate come tabernacoli. Sembra incredibile perché sono più di cento e per la maggior parte si trovano in bella vista sui palazzi rinascimentali vanto della città, nelle vie percorse ogni giorno da orde di turisti. Ma come ha insegnato Edgar Allan Poe, sono proprio le cose in evidenza che sfuggono ai più!

Da queste finestrine ora in disuso, ma un tempo dotate di uno sportello in legno, i discendenti delle più antiche famiglie fiorentine hanno venduto per secoli il prodotto delle loro vigne. Più esattamente, erano i servitori addetti alla cantina del palazzo a praticare la vendita diretta: in un orario stabilito si bussava all’usciolino, si chiedeva la qualità di vino desiderata e il vinaio del conte o del marchese passava attraverso lo sportellino una misura di bianco o di “vermiglio” all’acquirente sulla pubblica via: dal produttore al consumatore!

Il vano delle buchette, non a caso, è alto e largo quanto un fiasco, il tipico contenitore di vetro impagliato, panciuto e con il collo lungo, usato in Toscana anche come misura del vino fino a poco tempo fa.

 

Non tutte le buchette...

riescono col buco

 

A una prima, distratta occhiata, sembrano effettivamente buchette del vino. Ad altezza d’uomo, di forma arcuata, ancora con lo sportellino o il segno dei cardini che testimoniano l’esistenza di un usciolino, poste sulla facciata di un edificio più o meno signorile o sotto una volta che dà accesso a un vicolo o una via. Spesso di dimensioni ridotte rispetto alla maggior parte delle buchette.

Ma andiamo a osservarne due un po’ più da vicino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa che si nota nella prima di queste è che c’è ancora lo sportellino. Che però si apre verso l’esterno. Qualcosa non quadra, visto che nelle “normali” buchette lo sportellino veniva aperto o serrato dal cantiniere, quindi dall’interno!

Nella seconda si nota un’altra anomalìa: il vano, privo dello sportello “interno” di legno, è chiuso sul fondo da un muro. Nelle “normali” buchette dismesse, la tamponatura in muratura dell’arco risulta invece al pari della cornice in pietra, o comunque a filo della facciata.

Nel vano si nota inoltre un gancio, una piccola carrucola o resti di un meccanismo in metallo.

Se siamo fortunati, avvicinandosi alla cavità e guardando in alto possiamo scorgere un canale ricavato nella pietra o nei mattoni che, dall’apice del vano, sale all’interno della parete. E, se siamo proprio nati con la camicia, una cordicella bloccata al gancio.

 

A questo punto, allontaniamoci di qualche passo e alziamo lo sguardo facendo attenzione ai dettagli architettonici e all’arredo urbano della via.

E' probabile che troveremo in alto, più o meno in asse con la “buchetta”, un tabernacolo o un’immagine sacra. Oppure ciò che rimane (un’asta che sporge dal muro, una catena che penzola…) di un antica lanterna.

Dunque, quella che abbiamo davanti non è una delle nostre “finestrelle vinarie” ma un’apertura “di servizio” utile ad alzare o calare – mediante cordicella e carrucola – un lume ad olio. Il più delle volte la lampada votiva di un tabernacolo o un’immagine sacra.

Abbassata la lampada, chiunque (il “lumaio” o il devoto di turno) poteva accendere il lucignolo e riabboccare l’olio, permettendo al lanternino – simbolo di preghiera incessante - di ardere tutta la notte. Una luce fioca e incostante, capace però di rischiarare e rendere meno pericolose le strade cittadine.

 

Le due "false buchette" nelle fotografie piccole sono in via Martelli 9 e in via Pandolfini 8.

A destra si vede anche la posizione della prima rispetto al sovrastante tabernacolo scultoreo con una Madonna con bambino della scuola del Rossellino.

Nei palazzi di città

 

Sono soprattutto i palazzi ad ospitare, sulle loro facciate o nei muri laterali, le buchette del vino: nel centro storico di Firenze, su 135 collocazioni finora individuate, ben 52 riportano a palazzi di importanti e quasi sempre nobili famiglie fiorentine. Ecco alcuni nomi: Antinori, Ricasoli, Niccolini, Ginori, Pucci, Barberini, Manetti, Pazzi, Martelli, Albizi, Donati.

Nell'elenco completo che pubblichiamo su questo sito nella sezione ELENCO e MAPPE i nomi dei palazzi sono riportati uno per uno accanto al proprio indirizzo e in compagnia di qualche palazzina, di alcune torri, di un palazzetto, un oratorio e un convento.

Avremo modo di approfondire le caratteristiche di ognuno di questi edifici creando via via su questo sito delle apposite schede, così come entreremo nel merito delle differenze tra palazzo, palazzina e palazzetto, tanto per essere precisi. Per il momento ci basta sottolineare un aspetto architettonico che lega in certi casi il disegno delle buchette con quello delle finestre e dei portoni dei palazzi, a sancire in modo ancora più evidente lo stretto legame delle famiglie proprietarie della dimora con l'attività della vendita diretta in città del vino prodotto nelle loro tenute di campagna.

Lasciamo parlare le fotografie, con pochi, semplici esempi: si notano alcune somiglianze, vero? E gli abbinamenti sono presto fatti...

Buchette del Vino

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Il sito, gestito dall'Associazione Buchette del Vino, è online dal 30 marzo 2016.

I testi sono a cura di Diletta Corsini, Matteo Faglia, Mary Forrest, salvo dove diversamente specificato.

 

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