ARTICOLI E RECENSIONI

ultimo aggiornamento

8 giugno 2018

Una buchetta nella Villa di Pomino!

di Lorella Baggiani

 

Alle vicende delle famiglie Albizi e Frescobaldi è legata una buchetta rinvenuta nella tenuta di Pomino (Rufina), luogo rinomato per la produzione di quel marchio blasonato e spesso evocato a fianco del Chianti o del Montepulciano.

L'apertura risulta riportata sulla parete che si affaccia all'interno dei pregevoli locali per conservare il vino risalenti al XVII secolo, ovvero nella parte più antica delle cantine collocate al di sotto del nucleo centrale della villa costruita dagli Albizi nel Cinquecento e contraddistinta dall'elegante porticato.

 

Due sono i momenti salienti che contraddistinguono la storia della Villa Il Palagio di Pomino, collocabili agli inizi del XVII secolo e nell'ultimo quarantennio del XIX. Su una delle estremità del porticato cinquecentesco che incornicia il perimetro della villa, si apre la cappella interamente affrescata con storie di San Nicola di Bari e di San Luca, per mano di Filippo Tarchiani, collaboratore di Jacopo Chimenti, detto l'Empoli, che dipinse invece la tela posta sull'altare raffigurante La Cena in Emmaus. I lavori furono commissionati da Luca di Girolamo degli Albizi, importante personaggio legato alla corte medicea, ed i relativi pagamenti risalgono al 1609.

 

Il ciclo pittorico e la bella tela coniugano la monumentalità che si addice alle tematiche sacre con lo spirito più dimesso, calato nella dimensione di una vita quieta, quotidianamente impegnata nei ritmi del lavoro di quella che già era una fiorente azienda agricola. Una vocazione del resto costante nella storia secolare della famiglia Albizi, come testimoniano le importanti tenute, oltre che di Pomino, di Poggio a Remole e Nipozzano.

 

La rinascita ottoscentesca della tenuta di Pomino è legata alla figura di Leonia Albizi discendente, insieme al fratello Vittorio, di quel ramo familiare trasferitosi in Francia alla fine del XV secolo, dopo l'ascesa dei Medici. Rientrata a Firenze negli anni quaranta dell'Ottocento, Leonia rimase ben presto unica erede del vasto patrimonio della famiglia e si unì in nozze nel 1863 ad Angelo Frescobaldi.

 

I due portarono avanti con convinzione il processo di rinnovamento e

modernizzazione della produzione vinicola già intrapreso da Vittorio

Albizi che aveva fatto tesoro dell'esperienza maturata in Francia.

Elemento tangibile di questo processo di assimilazione alle tecniche

d'oltralpe è rappresentato dalla nuova "Tinaia" voluta da Leonia:

costruita su progetto dell'ingegnere Pietro Calvelli, il nuovo edificio,

caratterizzato dal ricorso alla ghisa per gli elementi architettonici, come

le agili colonne, e dall'enfilade delle barrique, integrava gli spazi delle

cantine seicentesce impostate su ben più gravi pilastri divisori.

 

La forma piena e tondeggiante della buchetta oggi murata, come si è

detto, a bella mostra sulla parete della cantina, si accorda con il gusto

secentesco e potrebbe quindi essere legata al periodo di massima vitalità

della tenuta, testimoniata dal ciclo pittorico dell'Empoli e del Tarchiani,

unica concessione decorativa in ambienti improntati piuttosto al

convenzionale senso della misura fiorentino.

Forse quando le tecniche più innovative tardo ottocentesche hanno fatto

ingresso nell'economia secolare della tenuta, la buchetta, retaggio

ingombrante di una modalità di commercio in via di superamento,

è stata spostata ma non soppressa. 8.5.18

 

Le fonti letterarie e documentarie sono meno dettagliate nel descrivere la forma del fiasco, ma altrettanto puntuali nel riferire sulla specifica funzione di recipiente per contenere e trasportare il vino. Citando un esempio Andrea Bacci, medico personale di papa Sisto V e autore del trattato sui vini De naturali vinorum historia (1595), informava che al pontefice era stato inviato pregiato vino di Montepulciano in fiaschi impagliati.

 

II parte

Il fiasco: variazioni di forma e d'uso dal XVI al XIX secolo

 

L’inventario cinquecentesco di una fornace di Firenze, dotata di magazzino e

di bottega per la vendita, elenca oltre .6000 fiaschi di diversa capacità, sia nudi,

ossia da rivestire di sala, e vestiti, già ricoperti di paglia palustre e pronti per il

commercio. Fu proprio la consistente produzione di fiaschi che rese necessario

stabilire una regolamentazione legislativa.

Un bando del 1574 fissava la capacità di misura in mezzo quarto, pari a litri

2,28. L’uffizio del Segno pubblico provvedeva ad applicare un marchio di

piombo sul rivestimento di paglia, a garanzia dell’effettiva capienza.

Pur con questo provvedimento era, tuttavia, semplice frodare la legge: bastava

inserire i fiaschi nuovi entro vesti già bollate e, così, evadere la gabella sul bollo.

Inoltre il maggiore spessore del vetro consentiva di nascondere la reale quantità

del vino. Per controllare la consistenza del vetro un bando del 1626 stabiliva di

apporre sul collo del fiasco, a caldo, un marchio con l'immagine del giglio di

Firenze. Fu allora, alla metà del secondo decennio del XVII secolo, che il fiasco,

mutò il secolare aspetto: l’impagliatura a cordicelle orizzontali lasciava libero il

collo e parte della spalla. (Immagine accanto).

Alla fine del Settecento l’impagliatura fu disposta in fasce verticali e nella Jacopo Chimenti detto l'Empoli - Dispensa con vasellame e altro (1625)

seconda metà dell’Ottocento, per facilitare il trasporto, la base fu rinforzata con

una ciambella, realizzata con paglia di scarto, stretta con fili di erba palustre sottile,

detta salicchio. Il rinforzo proteggeva il recipiente dagli urti e garantiva l’incolumità dei fiaschi che erano stipati su carri e barrocci in equilibrio, abbarcati l’uno sull’altro, sfruttando gli spazi vuoti tra i sottili colli.

Nell'ultimo quarto del XIX secolo la migliore qualità del vino toscano e, soprattutto, la sua più lunga

conservabilità, facilitò l’esportazione estera e la forma dello storico recipiente fu oggetto di

trasformazioni, dipendenti dal diverso impiego, come attesta il catalogo della Vetreria Del Vivo di

Empoli, della fine del XIX secolo. Il fiasco più comune, detto uso Chianti, con l’impagliatura disposta

in senso verticale, era utilizzato per il vino da tavola, quello rivestito con cordicelle orizzontali fermate

con fasce laterali, era impiegato per l’imbottigliamento delle acque termali e, per questo, denominato

fiasco uso Montecatini. Per l’esportazione erano impiegati fiaschi con base rinforzata e un

rivestimento più accurato, detti Toscanelli. Con quel termine si poneva l'accento sulla tipicità del

prodotto regionale, divenuto il simbolo dello stretto legame esistente tra contenuto e contenitore e

dell’equilibrio tra economia agricola e artigianato

manifatturiero.

I fiaschi destinati all’esportazione erano spesso rivestiti

Listino della Vetreria Del Vivo, 1894. Empoli con sala bianca, cioè con la parte interna e più pregiata

dell'erba palustre opportunamente imbiancata al sole, e

decorati con due strisce laterali di colore rosso e verde che inneggiavano alla bandiera italiana, alcuni

ancora presenti in collezioni pubbliche e private o raffigurati dai pittori della prima metà del Novecento.

 

 

 

 

Francesco Trombadori, Natura morta, 1923. Roma, collezione privata

 

Il fiasco? E' una lunga storia! I parte

di Silvia Ciappi

Il fiasco si caratterizza per la forma tondeggiante, il fondo convesso e il rivestimento in erba palustre (sala o stiancia), che consentiva uno stabile equilibrio, oltre alla difesa dagli urti e dall'eccesso di luce, dannosa per il prezioso contenuto: vino o olio.

La sua origine risale al XIV secolo. Due Novelle del Decamerone (1349-1352) di Boccaccio, fanno riferimento al fiasco come ideale recipiente per contenere buon vino vermiglio. Una delle novelle, che narra le furberie dell’oste Cisti, specifica anche che i fiaschi erano realizzati in varie misure.

Con maggiore precisione alcuni documenti quattrocenteschi attestano che esisteva un fiasco grande, detto di quarto, pari a litri 5,7; uno medio, detto di mezzo quarto, di litri 2,28 e infine uno piccolo, detto di metadella, di litri 1,4.

Sono, però, le testimonianze figurative del XV secolo a illustrare la struttura rivestita di erba palustre, disposta in cordicelle orizzontali, che copriva l’intera superficie compreso il collo, lasciando libera solo la bocca.

 

Due fiaschi di piccola dimensione, tenuti legati al polso da

un'ancella sono visibili in una formella del paliotto d'argento

di Antonio del Pollaliolo (1477), che illustra La nascita del

Battista, conservato al Museo dell'Opera del Duomo di

Firenze (nell'immagine a sinistra).

 

Due recipienti di grandi dimensioni, poggiati a un tronco

d’albero, evidentemente utilizzati come riserva di vino

per i commensali, sono raffigurati nella tempera opera di

Botticelli (1483, in alto a destra), che illustra il Banchetto per

Nastagio degli Onesti, vicenda riferita dal Boccaccio (VIII

novella della V giornata).

 

Alcuni affreschi attribuiti alla bottega dell'attivissima

famiglia dei Ghirlandaio (1480), illustrano Le opere di

misericordia dei confratelli della Compagnia dei Buonomini

di San Martino, tuttora presente nel centro di Firenze, nell'atto

di distribuire pane e il vino, preso da un tino e travasato in

capienti fiaschi. Si tratta dell'immagine del recipiente di

mezzo quarto (in basso a destra).

 

Va da sè che la presenza del Granduca in villa, a pochi metri dal sito che era divenuto uno dei simboli del suo fervore religioso, deve aver determinato un certo movimento di persone, accompagnatori di corte e certo esponenti della famiglia Gondi. Ecco allora che la buchetta per la vendita del vino prodotto nelle vigne circostanti potrebbe esser stata testimone di questo devotissimo via vai di persone che non avranno disdegnato di essere sostenute e adeguatamente rifocillate nella calura estiva.

Una buchetta nella Villa la Quiete

di Lorella Baggiani

 

Le buchette del vino animano, ormai si sa, tante facciate di palazzi cittadini e stanno lì a ricordarci i fondamenti della nostra civiltà, profondamente radicata nel lavoro della terra e nell'esaltazione dei suoi prodotti. Logico pensare, quindi, che potessero essere diffuse anche fuori dalle mura cittadine, nei luoghi dove la produzione del vino traeva origine e si organizzava intorno ai nuclei produttivi rappresentati dalle ville e dalle fattorie di campagna.

 

Nella zona circostante la Pieve di San Cresci in Valcava (Borgo San Lorenzo) si staglia l'imponente volumetria di villa La Quiete, acquistata nel1356 da Simone Gondi che inaugurava, anche con altri beni, la presenza secolare della famiglia in questo lembo di terra, presenza che si protrarrà fino al XVIII secolo. Solo nel 1759 l'immobile passò alle Montalve, per eredità del ramo femminile dei Gondi: qui, nel Ritiro delle Nobili Signore Montalve alla Quiete, nel muro di cinta che divide il perimetro del giardino dell'edificio padronale dal piccolo sacrato della cappella annessa, si scopre la sagoma della buchetta. Collocata a filo del piano calpestabile, presenta l'inconfondibile foggia arcuata che si chiude nella sagoma appuntita della pseudo chiave di volta, parte questa nascosta sotto gli strati di muratura, ma facilmente rintracciabile scrostando il labile intonaco. Nella parte tergale, in perfetta corrispondenza dell'apertura, sono state collocate delle lastre in cotto funzionali allo scolo delle acque, ad indicare la volontà di non disfarsi di questo manufatto neppure nel momento in cui, presumibilmente, l'originaria destinazione per la distribuzione del vino deve essere apparsa desueta.

Quali possono essere state le vicende che hanno determinato la realizzazione e l'utilizzo questa buchetta del vino in villa? E' evidente che una risposta mirata è impossibile in assenza di testimonianze dirette. Possono tuttavia essere richiamate alcune circostanze legate al ciclo di vita dell’edificio, quali suggestioni per possibili letture di contesto.

 

La Villa Gondi è situata lungo la direttrice che collega Borgo San Lorenzo con San Cresci in Valcava, luogo di forte attrattiva devozionale per la sua identificazione con il teatro del martirio dello stesso San Cresci e dei suoi compagni Enzo, Omnione e Panfila, avvenuto nel II secolo d.C. Nel 1703 il Granduca Cosimo III, riconoscendo la valenza storica del fatto, affidò all’architetto e scultore Giovan Battista Foggini il restauro dell'antica Pieve, rinnovata in foggia tardo barocca; sempre il Foggini disegnò il raffinato busto reliquiario per conservare il cranio del martire San Cresci, realizzato dal suo argentiere di fiducia Bernardo Holzmann.

Secondo la testimonianza di Giuseppe Maria Brocchi (Descrizione della Provincia del Mugello, 1748) la villa dei Signori Gondi era famosa per i soggiorni ricorrenti proprio del Granduca, che per molti anni nel mese di luglio vi si tratteneva per giorni in occasione dei suoi pellegrinaggi alla Pieve ed alle reliquie dei Santi Martiri di Valcava che avevano, evidentemente, un posto particolare nella sua esperienza devozionale. L'Oratorio della villa, dedicato ai Santi Borromeo e Antonio Abate, è databile proprio a quest'epoca e, considerata la distruzione della Pieve disegnata dal Foggini durante il terremoto del 1919, rimane un importante esempio degli interventi attuati nei primi anni del Settecento in questo luogo così evocativo e denso di testimonianze del cristianesimo primitivo.

 

Un finestrino del Trecento...

o una miniatura contraffatta?

di Diletta Corsini

 

Nel corso di una ricerca iconografica relativa a immagini di bottiglie, bicchieri e vasellame da tavola, mi sono imbattuta in questa miniatura del XIV secolo che illustra il Vizio della Gola: perbacco, l’uomo che spilla il vino dalla botte ha una buchetta alle spalle!

Mi dico che è impossibile. Di certo l’incavo arcuato è una semplice nicchia ricavata nello spessore della parete: un ripostiglio per oggetti o una di quelle cavità in cui si appoggiavano le lampade a olio; se ne trovano dappertutto nelle dimore del Trecento. Però quando mai s’è vista una nicchia con uno sportello sul fondo o comunque foderata di legno? E per di più in una cantina umida?

Se la buchetta nel muro raffigurasse davvero un finestrino del vino, potremmo ipotizzare che a Firenze le aperture con sportello per la vendita diretta al pianterreno dal palazzo fossero già diffuse due secoli prima di quanto si sia finora immaginato oppure che il miniatore del XIV secolo abbia disegnato qualcosa che... non esisteva ancora.

L’immaginazione galoppa. E se si trattasse di un falso storico? Un evidente anacronismo, dovuto a un ritocco ottocentesco di questo foglio miniato per rendere più immediata e gradevole la lettura dell'immagine? In effetti lo si è già scritto a proposito della spada troppo corta dell’oste, una foggia “impossibile” nel Trecento. Mah!

Difficile stabilire se questa singolare miniatura solletichi di più la mia indole di cacciatrice di buchette o la curiosità di storica dell’arte: di certo si rivela perfetta per illustrare i nuovi articoli sulla stanza del vinaio, ambiente domestico raramente ritratto dai pittori.

 

accanto l'immagine: Taverna - British Library, Add. mss. 27.695

 

Una buchetta ben nascosta di Diletta Corsini

 

L’idea iniziale – poi respinta in un sussulto di razionalità - era quella di intitolare questo post Le Case degli Spiriti, volgendo al plurale il celebre titolo di Isabel Allende, già di per sé dotato di un’indubbia vocazione cantiniera.

Ecco il motivo: la caccia alle buchette presenta spesso misteriose coincidenze e sincronicità, tanto da far pensare al giocoso intervento di entità soprannaturali. Per dire, gli ultimi finestrini del vino ritrovati sono ambedue intagliati nell’anta di un portone e ugualmente nascosti da un restauro. Fin qui tutto spiegabile: le buchette più in vista sono state tutte censite, restano da riscoprire solo le meno visibili. Ciò che ha dell’incredibile è che i due portoni suddetti sono ubicati in città diverse ma in piazze con lo stesso nome: Spirito Santo a Pistoia e Santo Spirito a Firenze!

Il nuovo finestrino rinvenuto è quello di Palazzo Guadagni, situato all’angolo della piazza più nota dell’Oltrarno e celebre per il bel loggiato trabeato che ha fatto da modello a tanti edifici fiorentini. La magnifica dimora rinascimentale, progettata dal Cronaca ai primi del Cinquecento per la famiglia Dei e un tempo decorata a graffito da Andrea del Sarto, rimase in possesso dei ricchi orafi-mercanti fino a quanto, nel 1683 il casato si estinse. Il prestigioso immobile, lasciato ai Buonomini di San Martino, fu venduto ai Guadagni (lo stemma con la croce spinata è il loro) e passò per via ereditaria ai Dufour Berte nel 1837. Per scovare la buchetta bisogna girare l’angolo e raggiungere la facciata laterale dell’edificio, quella su via Mazzetta, al n.10. Avete presente il vecchio ingresso della “Thouar”, la prima biblioteca comunale della città? Proprio su quel portone.

Bisogna avere l’occhio acuto del detective per scoprirlo, perché il finestrino è ormai occultato - ma non del tutto! - da una delle formelle di legno apposte come rinforzo all’anta.

Come potete osservare nel dettaglio, dietro alla specchiatura, in alto, fa capolino una profonda fessura semicircolare. Che non è altro che la parte superiore, arcuata, di uno sportellino per la vendita del vino ormai chiuso e sepolto. Dimensioni e posizione ad altezza braccio lo certificano. Purtroppo anche la parte interna del portone è stata modificata, l’anta è stata stuccata e verniciata. Dell’antica buchetta di palazzo Guadagni resta solo un fantasma.

 

 

Anche D’Annunzio... di Alessandro Cambi

 

Ebbene sì.

Anche Gabriele D’Annunzio, il Vate, l’Immaginifico, ha lasciato testimonianza delle buchette del vino.

D’altra parte doveva conoscerle, avendo passato parte della sua giovinezza, dal 1874 al 1881, tra Firenze e Prato dove

studiava al Collegio Cicognini, e avendo abitato sulle colline di Settignano dal 1898 al 1910 nella splendida villa della

“Capponcina”.

 

Ecco dunque cosa scrive D’Annunzio ne “Il secondo amante di Lucrezia Buti” (1907), un lungo racconto autobiografico

che andrà a far parte della raccolta “Le faville del maglio”, pubblicata nel 1924 dai Fratelli Treves a Milano.

Il secondo amante, cui fa riferimento il titolo del racconto, è lo stesso D’Annunzio “fulminato” dalla bella Lucrezia ritratta

nelle sembianze di Salomè da Filippo Lippi (il primo amante), dopo averla ammirata nel Duomo di Prato.

E rievocando la sua vita giovanile (quasi fiero delle sue prodezze di studente poco avvezzo all’ordine e alla disciplina)

il poeta si addentra nei vicoli e nelle vie del quartiere di S. Croce portando alla nostra attenzione, uno dopo l’altro, quasi camminassimo accanto a lui, un vero e proprio collage di scorci cittadini. Brevi ma nitide immagini, quasi una serie di istantanee o, meglio, di quadretti a olio o a acquerello.

 

Le “more di ghiaia, i tumuli di rena, i crivelli rozzi dei renaioli” sul greto dell’Arno osservati dal

parapetto in Piazza de’Cavalleggeri, la collina “…tutta nera e astata di cipressi” che torreggia sulla

riva sinistra proprio lì di fronte; “…l’impresa dell’Agnello col vessillo” sopra una bottega di tintori

nei pressi di via Mozza e – una volta fermatosi nel mezzo del Ponte alle Grazie – l’ “apparizione

mistica di quella collina dell’Incontro che ha in cima il parco murato…”.

Quindi, proseguendo il cammino – quasi fossimo suoi amici forestieri che visitano Firenze per la

prima volta – il giovane Gabriele indica le “…cànove dei vini toscani, de’vini nostrali, del Chianti, di

Pomino, d’Artimino, di Carmignano, di Montepulciano infiascati, e il colore della veste di sala nuova

o vecchia ne′ fiaschi ordinati come i volumi nelle biblioteche…” e richiama il nostro sguardo verso

“…il vinaio al finestrino della casa padronale, intento a abboccarli o a sboccarli o a sgocciolarli…”.

 

Che sembra essere dunque un’attività consueta, quindi normale e quotidiana nella Firenze di fine ‘800.

 

 

Vino gratis dalle buchette

di Diletta Corsini

 

“Dal finestrino di un palazzo si potevano acquistare solo fiaschi di vino o magari anche l’olio di produzione propria?” “E il vinsanto? S’infiascava anche quello per la vendita diretta?” E ancora: “Davvero i nobili fiorentini lasciavano

nella buchetta un bicchiere di vino e un piatto con del cibo per i poveri?

 

A queste domande, purtroppo, non sappiamo ancora cosa rispondere… Il lavoro da svolgere in archivio è tanto, e le nostre forze sono limitate!

In particolare, per quanto riguarda l’utilizzo del finestrino per la beneficienza, non avevamo finora incontrato fonti scritte che l’accertassero, ma solo raccolto il ricordo un po’ sbiadito di una persona che rammentava le parole del nonno

negoziante: "Alla buchetta del palazzo vicino bussavano i Frati Zoccolanti, per ricevere l’elemosina…"

 

Ma ecco un’esile “prova” dell’uso benefico del finestrino in un brano dello scrittore romagnolo Marino Moretti (1885-1979), celebre per le sue “Poesie scritte col lapis” rimaste tuttavia incancellabili nella memoria di generazioni di lettori.

Marini - che si faceva chiamare per scherzo Pazzo Pazzi - visse a Firenze come studente in via Laura e poi in via del Proconsolo i suoi vent’anni. In seguito soggiornò regolarmente, sei mesi all’anno, in Piazza Santa Felicita: una casa modesta, ricavata in un torrione del camminamento rinascimentale che

unisce Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti. Nel suo romanzo “Né bella né brutta”, pubblicato nel 1921 e ristampato nel 1968 fra i Racconti dell’Amorino, ci racconta di Gianna - in viaggio di nozze a Firenze - che si improvvisa guida turistica per il neo-marito.

 

Ebbene, la sposina “… sul portone di un palazzo gentilizio indica a Tullio uno sportellino lì vicino all’ingresso e si ricorda che questa è anche una città di “signori vinai”, cioè tutti i nobili vendono vino e spesso lo donano, sì che basta bussare a codesto sportellino perché il cantiniere che resta lì dietro scatti come una molla a porgerti il fiasco…” ,

 

Grazie, Marino Moretti!

 

•Tobias Smollett (1721-1771, a sinistra), scrittore, storico, giornalista e medico scozzese, soggiornò spesso in Italia anche a causa dei suoi problemi di salute. Morì ad Antignano e fu sepolto nel cimitero degli Inglesi di Livorno accanto alla moglie Ann, una creola figlia di un ricco proprietario terriero giamaicano incontrata durante uno dei suoi viaggi come medico di bordo nelle Indie Occidentali.

Il brano è tratto da "Viaggi attraverso la Francia e l’Italia"

 

•John Evelyn (1620-1706, a destra), inglese, figlio di un gentiluomo di campagna, studiò ad Oxford e divenne membro della Royal Society. Fra il 1643 e il 1647 viaggiò per la Francia e per l'Italia, e il suo Diario, pubblicato postumo nel 1818, testimonia l’interesse inesauribile che destarono in lui le bellezze naturali, i costumi, le arti, e le usanze dei due paesi.

 

Il Principe dei Vinai di Diletta Corsini

La vendita diretta del vino al finestrino dei palazzi nobiliari doveva apparire ai viaggiatori

stranieri del Grand Tour proprio una caratteristica singolare della nostra città. Non solo la brillante

Lady Morgan (vedi articolo di Corinna Carrara qui sotto) ma anche altri scrittori britannici di

passaggio da Firenze avevano prima di lei stigmatizzato questa usanza nei loro resoconti.

Ecco cosa racconta Tobias Smollet che passò da Firenze poco prima dell'arrivo di Pietro

Leopoldo:

 

"A Firenze, sebbene sia piuttosto densamente popolata, sembra esservi pochissimo

commercio di qualsiasi tipo: ma gli abitanti s’illudono di raccogliere grandi vantaggi dalla

residenza di uno degli Arciduchi, per l'accoglienza del quale stanno ora restaurando

Palazzo Pitti (…). Con tutto il loro orgoglio, però, i nobili fiorentini sono umili abbastanza

da entrare in società con i bottegai e perfino di vendere il vino al minuto. E' un fatto

evidente che nella facciata di ogni palazzo o grande casa, in questa città, c'è una

finestrella fornita di un battente di ferro, e sopra a questa sta appeso un fiasco vuoto,

come insegna. Lì si manda il servo, se si vuol comprare una bottiglia di vino. Egli batte

allo sportello, che viene subito aperto da un domestico, il quale fornisce quanto richiesto

e riceve il denaro come il cameriere di una qualunque osteria."

 

Ma la critica più velenosa alla commercio del vino da parte della nobiltà viene da John Evelyn, che aveva visitato Firenze nel 1644, mentre Pietro da Cortona stava decorando i soffitti di Palazzo Pitti. Egli ritrae il Granduca Ferdinando II (qui sopra) come un incredibile “principe dei vinai”:

 

“In questo palazzo (la Reggia di Pitti) il Granduca normalmente risiede, abitando con le sue guardie svizzere secondo il modo (frugale) italiano, perfino vendendo quello di cui non necessita dei suoi vini nella cantina sotto la propria casa: fiaschi impagliati sono sospesi perfino sul portale principale del palazzo, che hanno la stessa funzione della frasca per il vinaio”.

 

 

Chi è Lady Morgan,

e perché parla male di noi?

di Corinna Carrara

 

Lady Sydney Morgan (1783 -1859) fu una delle autrici irlandesi più controverse a causa del libro-diario “Italy” pubblicato nel 1821 sulla scia del successo dei suoi romanzi. La scrittrice aveva intrapreso con il marito un grande viaggio su commissione dell’editore Colburn, desideroso di pubblicare le impressioni vissute e descritte della nobildonna. “Italy” racconta la disastrosa situazione politica, economica e sociale del Belpaese: provocò roventi polemiche e fu messo anche all’indice nello Stato della Chiesa. Non fu possibile discuterlo in pubblico o esporlo in libreria e tutti coloro che avevano mostrato simpatia per le idee liberali della scrittrice rischiarono l’arresto! In Italia l'intrepida Lady Morgan non perse occasione di ribadire che l'alleanza fra Trono e Altare aveva prodotto solo povertà e distruzione.

Sostenitrice delle riforme napoleoniche e portavoce dei valori di libertà e uguaglianza, descrisse con sarcasmo le usanze della nobiltà locale guadagnandosi un buon numero di nemici all’interno degli ambienti più conservatori.

Durante il suo soggiorno Firenze la sua lingua tagliente se la prese anche con i finestrini del vino! Ecco cosa scrive a proposito di commercio di vini e vendita diretta:

 

(…) Gli introiti di questi grandi proprietari terrieri toscani sono dovuti principalmente agli oliveti e ai vigneti, e poiché vi è poca esportazione o vendita all’ingrosso - in quando adesso esiste ogni specie di restrizione per impedire o minacciare il commercio – ciò che viene prodotto nei ricchi possedimenti della Toscana viene per necessità venduto al dettaglio a casa propria.

L’influenza delle antiche usanze mercantili su uomini non adusi alla pompa del titolo è tale che questa tipologia di negozio è aperta anche nel più nobile dei palazzi. Nessuna licenza è necessaria, il prodotto della cantina viene gestito con una precisione minuziosa che non ha niente da invidiare alle piccole enoteche che si incontrano sulle principali strade di Francia.

 

Mentre il cappello Cardinalizio, le chiavi Papali o la corona Ducale sono splendidamente scolpiti sopra gli immensi portali dei palazzi, appena sotto a queste insegne che connotano la dignità sociale raggiunta dalla famiglia appare una finestrella a grata, dove sta il vinaio: lì si trova appeso un vecchio fiasco. E mentre lo splendido seguito delle Loro Eccellenze si presenta a Corte in pompa magna, il maggiordomo sta forse riempiendo al finestrino del palazzo una piccola bottiglia passata da qualche povero cliente, che probabilmente ha ricevuto come carità dal nobile lo stesso soldo che ora sta restituendo al suo negozio.

Quest' uso, bensì comune, non è affatto universale. Le case Capponi, Ginori, Pucci, Corsini e tante altre non appendono la frasca, ma ovviamente smerciano ugualmente il prodotto dei loro poderi: l’usanza prevale soprattutto fra questi ultra-nobili che aderiscono al regime Mediceo. Per i Principi di quella famiglia hanno avuto la meschinità di diventare bottegai, con l’ambizione di accumulare ricchezze…

 

La terza è legata al ruolo del “Signore del luogo”, che il Belli, con la sua tipica causticità, ci mostra intento a rimpiazzare in cantina il vinaio (inviato altrove dallo stesso padrone) e che non disdegna di mettersi a vendere - teso al guadagno al pari di un qualunque bottegaio cittadino - la propria merce; beninteso senza essere né visto in faccia né riconosciuto.

D’altra parte noblesse oblige

 

1 Giuseppe Gioacchino Belli, Lettere Giornali Zibaldone, Ed. a cura di Giovanni Orioli, Einaudi, Torino, 1962 p. 38.

2 Ibid.

Giuseppe Gioachino Belli parla di Firenze...

di Alessandro Cambi

 

Fra le numerose penne che - visitando Firenze e incuriosite dalle strane, piccole aperture presenti in molte abitazioni - scrissero a proposito dei finestrini del vino, quella di Giuseppe Gioachino Belli merita un posto speciale.

Per almeno tre ragioni.

 

La prima è che lo scrittore romano - che visitò la nostra città nel 1824 - ha lasciato una precisa testimonianza dei finestrini nelle sue “Prose di viaggio”.

Scrive il Belli: “… In Firenze si usa vendere il vino nel pianterreno di tutti i palazzi e di moltissime case, eseguendosi il traffico a traverso di un piccolo foro rotondo nella parte superiore e chiuso da un portellino di legno o di ferro, a cui per mezzo di un annesso battitoio i compratori picchiano”

E prosegue: “… ed apertosi loro di dentro dal vinaio di casa, il quale è insieme il portiere e spesso ancora un più multiforme ufficiale, consegnano a lui pel foro un fiasco vuoto ed alcune monete in contraccambio del fiasco pieno che ne ricevono.” 1

Da quel che scrive, dunque, possiamo attendibilmente ritenere che, anche nei primi trenta anni del XIX secolo:

1) in Firenze tutti i palazzi e moltissime case possedevano il loro finestrino;

2) la compravendita era, come in epoche precedenti, ancora affidata al “vinaio” della casa, figura che in genere si sovrapponeva a quella del portiere;

3) che spesso al vinaio-portiere venivano affidate dal padrone altre mansioni che ne facevano un vero e proprio factotum della casa.

 

La seconda è che il Belli ci fornisce anche altre indicazioni che ci aiutano a individuare un’altra tipologia di aperture per la vendita del vino al dettaglio…

Difatti, sempre all’interno dello stesso brano, riporta:

“… Vogliono alcuni che l’angustia di quelle aperture praticate sovente anche al livello della strada nelle inferriate onde ricevono lume le cantine, non permettendo al di fuori di osservare ciò che di dentro succeda né distinguere chi propriamente col volto a que’buchi non si pari dinnanzi, lo stesso Signore del luogo non isdegni talvolta di esercitare col ministerio del suo braccio quell’ufficio di traffico, quando il vinaio, assente per alcuna delle altre incombenze sempre dall’economia del padrone assegnategli, al suo posto non trovisi.” 2

Praticate sovente anche al livello della strada nelle inferriate onde ricevono lume le cantine…: Come non pensare alla buchetta posta in via dell’Oriolo al numero civico 19? O quella in via della Vigna Vecchia al n. 7?

Un quadro della serie "La Roma sparita" di Ettore Roesler Franz (1845-1907)

 

Anche il Belli si sentì in dovere di dire la sua… naturalmente come gli riusciva meglio:

 

Li cancelletti

Ma cchi ddiavolo, cristo!, l’ha ttentato

sto pontescife nostro bbenedetto

d’annàcce a sseguestrà ccor cancelletto

quella grazzia-de-ddio che Iddio scià ddato!

La sera, armanco, doppo avé ssudato,

s’entrava in zanta pace in d’un buscetto

a bbeve co l’amichi quer goccetto,

e arifiatà lo stommico assetato.

Ne pô ppenzà de ppiú sto Santopadre,

pôzzi avé bbene li mortacci sui

e cquella santa freggna de su madre?

Cqui nun ze fa ppe mmormorà, ffratello,

perché sse sa cch’er padronaccio è llui:

ma ccaso lui crepassi, addio cancello.

 

Parole quasi profetiche, dato che il successore di Leone XII, Pio VIII, dopo la sua elezione nel 1829, fece asportare gli odiatissimi “cancelletti” molti dei quali furono bruciati dal popolo in festa.

 

Anche se il suo pontificato durò solo un anno e fu quasi privo di eventi degni di nota, il popolo romano lo commemorò subito con affetto e rimpianto facendo dire al sempre arguto Pasquino:

 

Allor che il sommo Pio

Comparve innanzi a Dio

Gli domandò: Che hai fatto?

Rispose: Niente ho fatto!

Corresser gli angioletti:

Levò li cancelletti…

 

Evidentemente enorme titolo di merito - per i romani - sufficiente da solo a assicurargli l’ingresso in Paradiso.

 

 

...e di una Roma che non c'è più

 

Abbiamo visto come il Belli, descrivendo il suo soggiorno in Firenze, si sia interessato ai “finestrini”. Non credo per la meraviglia e la novità del manufatto o della sua funzione, quanto invece per una sorta di - potremmo chiamarlo - “gemellaggio” tra Firenze e Roma (patria del poeta e bersaglio di moltissimi suoi sonetti) in fatto di vendita al dettaglio del vino.

 

Se sulle rive dell’Arno avevamo i finestrini, su quelle del Tevere avevano fatto la loro comparsa, proprio nell’anno della visita del Belli a Firenze, i famigerati “cancelletti”: che però, contrariamente a quanto avveniva a Firenze, non erano affatto amati dalla popolazione dell’Urbe.

Li volle Leone XII nel 1824, come parte del suo tentativo di moralizzare i costumi degli abitanti della Città Eterna, per evitare che nelle taverne avvenissero risse e omicidi dovuti agli effetti dell’alcol assunto a stomaco vuoto. Per questo il Papa-Re proibì di vendere vino all’interno delle bettole, a meno che il cliente non consumasse lì anche il pasto.

Come deterrente fece installare esternamente all’entrata di ogni osteria un piccolo cancello di legno, attraverso il quale il cliente doveva obbligatoriamente farsi passare il vino, se voleva portarselo via e bere a casa propria.

 

Naturalmente i romani, che usavano spesso ristorarsi con un “goccio di quello buono”, dopo una giornata di duro lavoro, non la presero bene. E questa situazione generò ben presto un vero e proprio risentimento del popolo verso il Pontefice.

La celebre "statua parlante" di Pasquino fu sommersa da centinaia di foglietti, tutti rigorosamente contro il contestato provvedimento e, naturalmente, contro il Papa:

 

Questo papa sempre a letto

dentro Roma allarga il ghetto,

alle scienze l’interdetto,

anche al vino il cancelletto,

questa legge é di Maometto.

Oh, governo maledetto!

 

 

Lorenzo Lippi: Lot e le figlie (1650-1655 circa)

 

Una buchetta "letteraria"

di Alessandro Cambi

 

E gli denti appiccando a quel legname

Come se 'n bocca avessero un trapáno,

Presto presto vi fecero un forame

Da porre il fiasco

e vendere il trebbiano

 

Questi versi sono tratti da un gustoso poema eroicomico – il Malmantile Racquistato – uscito postumo nel 1688 dalla penna di Lorenzo Lippi, pittore e poeta fiorentino, vissuto tra il 1606 e il 1655, che asseriva sempre di volere fare poesia come parlava e di dipingere come vedeva.

A lui si deve inoltre l’invenzione del genere letterario definito eroicomico, che si prefiggeva di utilizzare le tecniche stilistiche della poesia epica per volgerle in comicità.

La storia, organizzata in dodici Cantate in ottava, narra la contesa di due stizzose cugine, Celidora e Martinazza, per il trono di Malmantile (Lastra a Signa), paese non lontano da Pisa e Firenze che purtroppo oggi mantiene solo in minima parte l’aria da “grazioso borghetto” descritta dal Lippi.

La trama è però solo un pretesto che permette all’autore di riportare modi di dire popolari, proverbi, motti e fiorentinismi – peraltro citati e attestati in seguito dall’Accademia della Crusca - e per sbeffeggiare personaggi e usi della Firenze del tempo.

 

Ma torniamo ai versi.

Nel Quarto Cantare, all’ottava 73 sembra essere descritta proprio una “buchetta del vino”: cioè quel “forame da porre il fiasco e vendere il trebbiano”.

E da ciò che riporta la relativa nota al testo (il primo commento al poema venne redatto da un amico dell’autore, il giurista e diplomatico Paolo Minucci, 1606-1695; in seguito, ma sempre su quella base, si aggiunsero le note degli studiosi successivi, fino a

 

 

 

giungere a quelle di Antelmo Severini per l’edizione del 1861), possiamo arguire che proprio di questa si tratta in quanto…

 

“…Di questi forami o finestrini da porgere il fiasco a chi va a comprare il trebbiano (vino qualunque) dai privati, se ne vede ancora moltissimi nelle case e fin nei palazzi di Firenze…”.

 

Dunque anche a Malmantile, nella prima metà del ‘600, potevano esserci delle buchette… Esistono ancora?

Cacciatrici e cacciatori di buchette, al lavoro! Malmantile vi attende.

E noi attendiamo i vostri avvistamenti…

A spasso con la Pimpa

Nella collana di guide-gioco dedicata ai più piccoli dall'editore Panini per scoprire le più importanti città italiane, protagonista è la Pimpa, la simpatica cagnolina a pois rossi ideata e disegnata da Francesco Altan.

Nel titolo dedicato a Firenze, c'è a un certo punto una bella sorpresa: a pagina 15 si parla di buchette del vino! Riproduciamo qui accanto le pagine, ringraziando Alberto Galotta, autore dei testi, per aver voluto parlare di qualcosa di insolito e aver capito quanta curiosità possono suscitare, in grandi e piccini, queste strane finestrelle.

OTTONE ROSAI e LE BUCHETTE

Diletta Corsini, storica dell'arte e co-fondatrice dell'Associazione Buchette del Vino, ha fatto di recente una bellissima scoperta: nel ricco catalogo di opere del pittore fiorentino Ottone Rosai (1895-1957) ha trovato due dipinti degli anni '20 del secolo scorso deve compaiono in bella vista due buchette del vino.

E' partito subito un approfondimento che Diletta condividerà presto con tutti gli appassionati in un post dedicato che pubblicheremo su questo sito.

Sopra è riprodotto a sinistra il soggetto del 1928 intitolato GIOCATORI DI TOPPA;

accanto il dipinto dal titolo assai significativo di DONNE ALLA FONTE, senza data apposta.

 

No grazie!

 

Non c'è dubbio, le buchette del vino attirano spesso l'attenzione di sprovveduti imbrattatori. Non viene da definirli in altro modo, perché anche là dove gli interventi che vengono fatti non sono dei veri e propri atti vandalici, è difficile tirare in ballo l'arte, anche nella sua forma più "street".

 

Alla prima categoria, quella del puro gusto di rovinare qualcosa che esiste e che non dà fastidio a nessuno, appartiene la recente storia della buchetta in via delle Casine: era uno degli ultimi esempi che ancora vantavano un bel "picchiotto" ad anello sulla porticina di legno, usato ai tempi per bussare, farsi aprire e porgere il fiasco per farselo riempire. Ed ecco che una bella mattina... il picchiotto non c'è più, come documentano le due foto in alto a destra, con un evidente "prima e dopo la cura".

 

Diverso il discorso per chi si diletta a imbrattare con scritte o interventi grafici e pittorici di vario genere e di vari colori, come documentato nelle altre fotografie, che non riportano di certo tutti gli esempi possibili, ma ne rappresentano una significativa campionatura.

 

Ai simpatici vandali e agli "artisti" imbrattatori credo vada concessa una sola, grande attenuante: quella dell'ignoranza. In senso letterale, intesa come "ignorare" che cosa rappresentano e che cosa sono state queste simpatiche aperture, ancora oggi esposte agli sguardi di tutti e purtroppo anche al cattivo gusto di qualcuno che passa, rovina, e se ne va.

 

Una buchetta volante

 

Grazie ad Attilio Tori, direttore del Museo Casa Siviero, il nostro carnet di buchette si arricchisce di un altro pregevole pezzo, situato in Lungarno Serristori 1/3 in un luogo inaccessibile al pubblico e invisibile dalla strada. La collocazione di questo finestrino è decisamente insolita: per fotografarlo siamo saliti molto in alto, per la precisione sul tetto del Museo!

Si tratta della cornice monolitica di un’antica buchetta, riadattata a presa d’aria dell’abbaino della bella palazzina ottocentesca.

 

Le ragioni di questo “riciclo” artistico e al tempo stesso funzionale sono probabilmente da ricercarsi nel particolare tipo di raccolta praticato dal celebre “detective dell’arte”.

Rodolfo Siviero, agente segreto del SIM che giocò un ruolo di primo piano nell’opera di salvaguardia e recupero del patrimonio culturale trafugato nel corso della Seconda Guerra Mondiale, era un collezionista raffinato che dell’arte amava ogni aspetto: la sua casa museo, lasciata per testamento alla Regione Toscana, straripa di oggetti d’arte. Colpisce la vastità di tipologie (maioliche, miniature, mobili, oggetti liturgici, armi, tessuti antichi…) che risvegliavano l’interesse di Siviero, ma anche il singolare modo di “esporle”.

 

Seguendo le orme di Stefano Bardini che aveva costruito il suo palazzo-museo di gusto eclettico utilizzando materiali di spoglio (altari di chiese demolite come mostre di finestre, architravi rinascimentali per le porte…), anche Siviero reimpiegò pannelli dipinti per le porte e rilievi antichi per le mostre dei camini.

Non fa dunque eccezione la nostra bella buchetta, che adesso al posto del vino permette il passaggio di luce ed aria.

Nuove scoperte a Barberino di Mugello,

Borgo San Lorenzo e Bibbiena!

 

Grazie alla segnalazione di una gentile signora che vive in zona e che ha letto su Repubblica.it l'articolo sulla nostra Associazione, anche Barberino di Mugello e Borgo San Lorenzo sono entrati nella lista delle località che, oltre a Firenze, ospitano delle buchette del vino.

Le due che vediamo qui a sinistra (la prima a Barberino) hanno una forma molto particolare, che richiamano un fiasco o un bottiglione: più esplicite di così!

A Galliano, una frazione di Barberino, ce n'è un'altra, di cui abbiamo per ora solo la foto da Google Street View (in alto a destra).

Un'altra scoperta l'abbiamo invece fatta noi a Bibbiena: in via Cappucci 32, sembra proprio una buchetta (foto in basso a destra). Adesso si tratta di trovarne altre in questa località, aspettiamo segnalazioni.

 

5.5.16

016

A questo punto, allontaniamoci di qualche passo e alziamo lo sguardo facendo attenzione ai dettagli architettonici e all’arredo urbano della via.

E' probabile che troveremo in alto, più o meno in asse con la “buchetta”, un tabernacolo o un’immagine sacra. Oppure ciò che rimane (un’asta che sporge dal muro, una catena che penzola…) di un antica lanterna.

Dunque, quella che abbiamo davanti non è una delle nostre “finestrelle vinarie” ma un’apertura “di servizio” utile ad alzare o calare – mediante cordicella e carrucola – un lume ad olio. Il più delle volte la lampada votiva di un tabernacolo o un’immagine sacra.

Abbassata la lampada, chiunque (il “lumaio” o il devoto di turno) poteva accendere il lucignolo e riabboccare l’olio, permettendo al lanternino – simbolo di preghiera incessante - di ardere tutta la notte. Una luce fioca e incostante, capace però di rischiarare e rendere meno pericolose le strade cittadine.

 

Le due "false buchette" nelle fotografie piccole sono in via Martelli 9 e in via Pandolfini 8.

A destra si vede anche la posizione della prima rispetto al sovrastante tabernacolo scultoreo con una Madonna con bambino della scuola del Rossellino.

Non tutte le buchette...

riescono col buco

 

A una prima, distratta occhiata, sembrano effettivamente buchette del vino. Ad altezza d’uomo, di forma arcuata, ancora con lo sportellino o il segno dei cardini che testimoniano l’esistenza di un usciolino, poste sulla facciata di un edificio più o meno signorile o sotto una volta che dà accesso a un vicolo o una via. Spesso di dimensioni ridotte rispetto alla maggior parte delle buchette.

Ma andiamo a osservarne due un po’ più da vicino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa che si nota nella prima di queste è che c’è ancora lo sportellino. Che però si apre verso l’esterno. Qualcosa non quadra, visto che nelle “normali” buchette lo sportellino veniva aperto o serrato dal cantiniere, quindi dall’interno!

Nella seconda si nota un’altra anomalìa: il vano, privo dello sportello “interno” di legno, è chiuso sul fondo da un muro. Nelle “normali” buchette dismesse, la tamponatura in muratura dell’arco risulta invece al pari della cornice in pietra, o comunque a filo della facciata.

Nel vano si nota inoltre un gancio, una piccola carrucola o resti di un meccanismo in metallo.

Se siamo fortunati, avvicinandosi alla cavità e guardando in alto possiamo scorgere un canale ricavato nella pietra o nei mattoni che, dall’apice del vano, sale all’interno della parete. E, se siamo proprio nati con la camicia, una cordicella bloccata al gancio.

 

Una nuova edizione

IL LIBRO DI MASSIMO CASPRINI

L'autore, come lui stesso scrive "... spinto da curiosità", prende in considerazione, con occhio attento e indagatore, l'uso tipicamente fiorentino delle buchette del vino. Anzi, per amor di verità, riabilita il termine che le identificava in origine, fino a farlo diventare il titolo del libro: Finestrini. Al maschile.

Casprini, ponendosi di fronte l’obiettivo giornalistico di comprendere il “perché”, il “come”, il “quando” e il “da chi” queste peculiarità architettoniche fiorentine sono state realizzate – ricostruisce, attraverso un’analisi documentale che lascia alcuni interrogativi irrisolti, la storia di questi manufatti. Allarga innanzitutto lo sguardo a ciò che da queste aperture transitava: mi riferisco al vino, prima di tutto.

Ci rammenta che in epoca granducale la farmacia di casa era costituita soprattutto da essenze macerate nel vino; che il “nettare degli dèi” si misurava in cògna, bigonce e some; che il vino si conteneva in botti e tinelle, ma si smerciava perlopiù in fiaschi di vetro impagliato di varia capacità: “di quarto”, di “mezzo quarto” ma soprattutto in “metadelle”, la cui forma panciuta e non troppo allungata aveva dato origine alle dimensioni quasi standard delle buchette.

Di curiosità in curiosità, Casprini ci fa riflettere su una Firenze ormai perduta, simile a un grosso paese, dove ci si poteva sedere a riposare, sorseggiare il vino appena acquistato al finestrino lì accanto e magari – lo dice Benedetto Varchi! – “a dir male di questo e di quello che passava per la via” oppure “ a

 

Massimo Casprini, I Finestrini del vino

Firenze 2016, a cura dell'Associazione

Buchette del Vino, a colori, 96 pp, 12,90€

ragionare” cioè a discutere, come usava fare Niccolò Machiavelli ogni sera.

In sostanza, attraverso tante citazioni di varia provenienza (bandi granducali, delibere, stralci di diari, poemi…) Casprini fornisce al lettore un testo divulgativo, sufficientemente analitico e rispettoso del quadro storico e sociale della Firenze del Cinque -Sei -Settecento, epoca durante la quale i Finestrini ebbero l'apice della loro presenza in città.

Per quanto riguarda il “dove”, il volumetto contiene il censimento aggiornato delle buchette esistenti in città e nelle zone limitrofe, ed è arricchito con una galleria fotografica a colori che fornisce una sorta di “carta di identità” di ciascun finestrino: indirizzo, nome del palazzo, misure. Insomma, il manuale indispensabile per

ogni cacciatore di buchette!

Fra i cinque quesiti canonici del giornalismo, quello al quale l’autore non ha potuto dare esauriente risposta è il “quando”: considerando “azzardate” le ipotesi che collocano già nel Trecento l’esistenza di finestrini per la vendita del vino al dettaglio, scommette sulla data di nascita delle buchette: il 1532 quando, caduta la Repubblica, i Medici tornarono al potere e l’Arte dei Vinattieri, come le altre Corporazioni “andò poco a poco estinguendosi”.

La prima attestazione di vendita diretta di vino in fiaschi “alle case” dei proprietari terrieri, è tuttavia attestata dalle ricerche di Casprini nel 1559, e neanche qui si parla di finestrini o buchette.

Riguardo all’epoca della loro dismissione, l'autore formula altre ipotesi. Dando per buona la memoria di un vecchio pastore maremmano, di nome Richetto, l’autore ci assicura che agli inizi del Novecento i finestrini erano ancora in uso, e che di certo, secondo le parole di Giulio Caprin, direttore de La Nazione di Firenze alla fine degli anni Quaranta, nel 1953 “la consuetudine casalinga del fiasco venduto direttamente dal nobile produttore anche al piccolo cliente era “finita da un pezzo”. Insomma, in quel mezzo secolo in cui si collocano due guerre mondiali e due dopoguerra, qualcosa dev’essere successo per far cessare tale florido commercio.

Ma il quesito ancora irrisolto non toglie interesse per il libro, che resta una lettura fondamentale per chi voglia saperne di più sulle buchette del vino a Firenze. Perché il testo, alla fine, soddisfa davvero la curiosità del lettore, anticipandone in gran parte le possibili domande e fornendo le relative risposte.

 

Diletta Corsini

Palazzi e buchette

IL LIBRO DI LIDIA CASINI BROGELLI

In questo volumetto di dodici anni fa, l'autrice prova a compilare un "censimento" delle buchette del vino presenti nel centro storico “e in Oltrarno”. Un argomento che la stessa autrice definisce, con modestia, “trascurabile”, ma anche “a ripensarci bene, importante e indicativo per la formazione della civiltà fiorentina”. Come darle torto?

Una breve introduzione che descrive, a volo d’uccello, l’interesse per il vino nella valle dell’Arno dal tempo degli antichissimi abitanti Liguri-Villanoviani ai nostri giorni (con le nobili famiglie fiorentine che coltivano anche mille ettari di vigne) ci introduce al loro elenco e all'esatta ubicazione topografica nella rete delle strade e dei palazzi fiorentini.

I quattro percorsi che si snodano dentro e fuori la città, intitolati “Le buchette del centro storico”, “Buchette fuori dal centro storico”, “Verso le periferie”, “Percorsi in Oltrarno”, “La campagna di Oltrarno”, si frazionano in sottocapitoli incentrati sulle vie e sulle piazze sulle quale si aprono uno o più finestrini per la vendita diretta del vino di fattoria.

La Brogelli descrive le caratteristiche salienti di ciascuna buchetta in questione ma anche, e questo è il principale pregio del libro, la storia della via o della piazza, quella del palazzo che ospita la finestrella, a volte anche quella della famiglia o delle famiglie che l’hanno abitato.

 

 

Racconta non solo vicende storiche, ma anche le sue impressioni. In qualche passo si può addirittura immaginare l’autrice scuotere il capo, contrariata, come quando si ferma a riflettere su torri e palazzi importanti che hanno “fatto sparire” la loro antica buchetta durante uno dei tanti restauri della facciata: “se anche ne fossero forniti, oggi non ne riceverebbero il minimo declassamento, ma anzi, ulteriore riconoscimento della loro importanza economica”.

Di capitolo in capitolo, la Brogelli ripercorre aspetti diversi dell'antica tradizione vinaria della città e del suo contado, mettendo in luce come questa vocazione del territorio sia la principale motivazione dell’apparire delle buchette, della loro fortuna e proliferazione.

La prefazione al testo, curata da Luciano Artusi, inquadra ulteriormente il contesto socio-economico-produttivo nel quale si svilupparono le buchette per la vendita diretta, fornendo utili informazioni sulla tipologia e la qualità dei vini fiorentini trattati dai produttori diretti e dai rivenditori nelle fiaschetterie, nelle celle, nelle osterie, ma anche sull'Arte dei Vinattieri, che di questa attività commerciale era l'organo di sorveglianza e controllo, nonché gelosa custode.

Si tratta dunque di un libretto di piacevole lettura nelle sue parti espositive e utile come guida "sul campo", purtroppo con una bibliografia sommaria che non aiuta chi voglia approfondire le storie dei palazzi, delle vie e, in sostanza, delle singole buchette.

 

Lidia Casini Brogelli, Le buchette del vino a Firenze

Semper, Firenze 2004, 184 pagine, fuori commercio

 

Ah, il libro contiene una vera perla: il sottotitolo è sbagliato. Non si discute, l’Oltrarno fa parte del Centro Storico, in quanto zona antica della città contenuta nelle mura medievali. Lo afferma anche l’Unesco!

Ma questo errore strappa pure un sorriso: in fin dei conti il libro è scritto non tanto per i “forestieri” quanto per i fiorentini. E si sa, i fiorentini d.o.c. dicono sempre “vado in centro” quando dalla riva sinistra attraversano l’Arno per raggiungere l'altra parte della città, quella dell’antico quadrilatero romano.

 

Diletta Corsini

 

Buchette del Vino

Associazione Culturale

via della Pergola, 48

50121 FIRENZE

 

0039 0550503936

 

info@buchettedelvino.org

Il sito, gestito dall'Associazione Buchette del Vino, è online dal 30 marzo 2016.

I testi sono a cura di Diletta Corsini, Matteo Faglia, Mary Forrest, salvo dove diversamente specificato.

 

This website is managed by the Wine Windows Association (Associazione Buchette del Vino).

The text has been prepared by Diletta, Corsini, Matteo Faglia and Mary Forrest, except when otherwise indicated.