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Le "buchete da ven"... di Faenza!   di Diletta Corsini

 

   Grazie alla segnalazione della signora Vilma Ortolani, che ci ha contattati attraverso la pagina FB, siamo venuti a sapere che anche Faenza ha i suoi finestrini del vino. L’origine di queste aperture non è antichissima, ma neanche recente: risale infatti alla prima metà dell’Ottocento, come già Marco Bassi, esperta guida turistica faentina da noi intervistata, aveva ipotizzato. Marco Santandrea, storico dell’arte e fondatore dell’Associazione "Torre dell'Orologio", ce ne ha riassunto la storia e addirittura indicato l’atto di nascita: un editto del 12 luglio 1824 emanato dal Cardinale Agostino Rivarola (link).

   Il prelato, nominato nello stesso anno Legato della Provincia di Ravenna, escogitò un modo che credeva infallibile per arginare le possibili insurrezioni da parte della massoneria e della carboneria e ristabilire l’ordine nel territorio: con la scusa di frenare la piaga dell’ubriachezza e “la dissipazione del denaro a danno delle innocenti famiglie” decise la chiusura di tutte le osterie e gli spacci di vino, luoghi frequentati dai ceti più poveri della popolazione, particolarmente propensi alle idee rivoluzionarie.

   Chiudendo le bettole, tuttavia, si andavano a ledere gli interessi della nobiltà, che forniva il vino dei propri poderi agli osti.Per evitare di inimicarsi gli aristocratici e per dar modo agli avventori di dissetarsi “onestamente”, il Legato ammise perciò la somministrazione del vino “alla mescita” attraverso l’entrata posteriore dei locali, quella affacciata sui vicoli, sbarrata però da una tavola di legno a mo’ di davanzale o da un cancello in legno “con un finestrino in mezzo, come si pratica in Roma” (link con l'articolo su Gioachino Belli e i "cancelletti" di Roma). Una volta dissetato, l’avventore era obbligato ad allontanarsi, pena l’arresto.

   Il vino prodotto in proprio dai proprietari, venduto in precedenza direttamente nella cantina padronale, doveva ora essere somministrato ai compratori all’esterno dell’edificio, attraverso un finestrino. Per mera comodità queste aperture furono ricavate in portoni già esistenti, molto spesso ingressi secondari dei palazzi posti in strade poco frequentate.

   L’utilizzo di questi sportellini da parte dell’aristocrazia continuò anche dopo la riapertura delle osterie, avvenuta pochi mesi dopo l’editto. I nobili - ci ha raccontato Marco Santandrea - vendevano il loro vino a un prezzo leggermente inferiore di quello delle osterie; a fianco della bucheta da ven si poteva anche trovare una panchina per meglio assaporare il vino appena acquistato. La vendita s’intensificava nelle ore serali, con la concomitante chiusura dei negozi e prevedeva che il cliente porgesse dallo sportello il proprio contenitore (generalmente un fiasco).

   Come è facile immaginare, gli sportellini di via Borsieri, via Tonducci, via Torricelli (palazzo ex Ragnoli) e via Viarani (nelle foto a destra, nell'ordine) sono gli ultimi superstiti di una tradizione, scomparsa solo intorno ai primi del Novecento in concomitanza della nascita delle cantine sociali: più efficienti, più moderne, e soprattutto capaci di produrre un vino migliore.

   In seguito la sostituzione dei battenti lignei e le trasformazioni edilizie hanno cancellato questi piccoli segni, che sicuramente andrebbero valorizzati. È assai probabile, peraltro, che nelle città vicine (Ravenna, ad esempio) nelle quali l’editto era in vigore siano presenti altri esempi superstiti… Non resta che andare a cercarli!



28 aprile 2019.

In questa mappa, inviataci dall’Associazione Torre dell’Orologio, sono segnalati in colore verde gli sportellini ancora oggi esistenti. In rosso, invece, quelli scomparsi: uno in Via Manfredi, che faceva parte delle cosiddette Case Manfredi, poi Palazzo dei Caldesi; l'altro in Vicolo Diavoletto, a servizio del Palazzo Ghirlandi.

Anche Faenza ha, come Firenze, le proprie buchette-fantasma: finestrini scomparsi ma documentati da prospetti architettonici, vecchie fotografie (quello in via Manfredi) e fonti a stampa. Questa volta è addirittura uno scritto di Pietro Nenni, leader storico del Partito Socialista Italiano, a fornirci le prove di un settimo sportello faentino, oggi non più esistente: vi si legge infatti che il padre Giuseppe, detto Jusafì, già mezzadro-fattore a Solarolo, si trasferì a Faenza alle dipendenze dei Conti Ginnasi, per i quali fece il domestico, il magazziniere e l’addetto alla vendita del vino al minuto alla “bocchetta del Palazzo Ginnasi”.

Il palazzo Ginnasi esiste ancora, in Corso Matteotti, ma la “bocchetta” no. Forse il finestrino si trovava nel Vicolo Naldi, sul quale si affaccia il fianco del palazzo.

Lo Spedale... e la buca scomparsa!      

    l'incredibile scoperta di Diletta Corsini


  Che i maggiori Spedali toscani fossero fin dal Medioevo “città nella città”, enti polifunzionali capaci di curare e ospitare pellegrini e infermi, accogliere e avviare al lavoro i bambini abbandonati, elargire elemosine e gestire un ingente patrimonio immobiliare è ben noto.

   Che sorpresa invece, scoprire in un’antica pianta dello Spedale di Santa Maria Nuova la presenza delle “Stanze della buca dove si vende il Vino”!

   La planimetria in questione, realizzata in occasione di un Censimento dei Beni nel 1707, descrive due ambienti contigui, situati al piano terra della fabbrica sotto l’ala est del loggiato, dotati di un’unica porta aperta su un cortile interno.

   Un particolare della piazza, disegnata dello Zocchi circa quarant’anni dopo, illustra come avvenisse la vendita: da una buchetta! Un finestrino del vino con la consueta apertura ad arco spicca infatti come un curioso dettaglio al lato della finestra, ancora oggi esistente, delle “stanze della Buca”, sotto l’arco centrale del portico di destra.

   Possibile che la buchetta fosse già in funzione prima del completamento del loggiato, avvenuto fra il 1707 e il 1710? Pare proprio di sì: in una stampa del 1684 che inquadra il lato destro della piazza si nota una specie di palazzina a due piani con un’insolita apertura in basso proprio sotto quella  finestra…


   Alcuni testi a stampa ci restituiscono un quadro più chiaro sull’organizzazione della cantina dello Spedale e della vendita al pubblico nel Settecento: Antonio Cocchi, uno dei più stimati medici fiorentini noto anche per la sua attività letteraria, nella sua Relazione sull’Arcispedale (1742) ci informa della presenza di un cantiniere affiancato da due garzoni che “custodisce il vino nella Cantina di Casa ricevendolo dalle fattorie, lo vende al minuto al popolo e ne consegna le porzioni quotidiane per gl’infermi”.

   Fra gli Ordini per il Camarlingo di Santa Maria Nuova al tempo dello spedalingo Ricasoli spiccano invece i divieti per i cantinieri e per i loro garzoni di portare persone in cantina senza permesso, di abbandonare la Buca, di stabilire in autonomia il prezzo per le varie qualità di vino da vendere. Ci si preoccupa soprattutto che gli addetti alla Buca non “habbino l’ardire di servirsi de’danari che piglino”. Al Maestro di Casa si affida infine il compito di vigilare sui cantinieri affinché “non temperino (cioè non annacquino) il vino senza suo ordine”.

   Il principale Spedale fiorentino utilizzava quindi il prodotto delle proprie vigne non solo per arricchire la dieta dei ricoverati, il vitto del personale e per la preparazione di farmaci, ma al pari delle famiglie nobili e di alcuni istituti religiosi commerciava il vino “maggiore del bisogno” per trarre profitto.


28 giugno 2018.

Bagno a Ripoli ha un nuovo finestrino       

                        riceviamo da Massimo Casprini questa importante comunicazione


   Ho scoperto soltanto oggi un finestrino a due passi da casa mia, in una strada che ho percorso migliaia di volte. E' murato a circa tre metri d'altezza ma è evidente che prima era in basso.

   Si trova in via di Balatro n. 48, località Balatro nel comune di Bagno a Ripoli ed è sulla facciata di Casa Balatri, una costruzione del Seicento che era proprietà di questa famiglia che possedeva nelle vicinanze estesi vigneti.

   Nonostante l'altezza, per me non ci sono dubbi, perché facendo un po' di ricerche sul posto sono venuto a sapere che pochi anni fa, nel corso dei restauri, non conoscendone la vera funzione, quel manufatto fu spostato dalla posizione in cui si trovava ad altezza d'uomo sulla strada, con l'intenzione di farne una piccola edicola sacra più in alto, cosa che poi non è mai stata completata.

   La casa nel 1655 era abitata da Giovan Battista Balatri il quale possedeva vigneti nel vicino podere di Campolungo. Nel 1781 vi abitava Leopoldo Casini che faceva il mestiere di legnaiolo e non si sa se mantenne in esercizio il finestrino. Io penso di no.

  Il borgo di Balatro (su cui sto scrivendo un libro) era un gruppo di case dove abitava povera gente che campava alla giornata: gli uomini andando a fare la fossa per le fattorie granducali di lappeggi e di Mondeggi, le donne arraggiandosi con qualche lavoretto in campagna perché, qui erano molte le famiglie scacciate dal podere. Mandare uno a Balatro era una vera punizione e condanna. Inoltre, la località si trova all'incrocio di importanti vie di comunicazione fin dal medioevo.


1 giugno 2018.

Una nuova segnalazione a Lastra a Signa       


   L'appassionata di buchette Serena Mignolli ci ha fatto scoprire una nuova buchetta a Lastra a Signa. Si trova in via Ferruccio Castracani, in bella posizione sotto una finestra in un angolo riparato del palazzo, dove possiamo facilmente immaginare gli avventori con il loro fiasco da riempire.

   Avevamo soltanto un'altra referenza in quella zona, in via di Calcinaia. Probabilmente c'è ancora tanto da scoprire, così come in diverse altre località della Toscana. Ne Abbiamo censito finora 77 buchette in tutta la regione,bisogna continuare a tenere gli occhi aperti.


30 maggio 2018

Una brutta storia a lieto fine   

pubblichiamo la lettera inviata al Soprintendente di Firenze Andrea Pessina


   Egregio Soprintendente,

le scrivo in veste di Presidente dell’Associazione Buchette del Vino, attiva in città da oltre due anni e pochi mesi fa destinataria del suo nulla osta per l’affissione di targhe segnaletiche sulle buchette di Firenze e dintorni, attività in corso di realizzazione.


   Forse ha saputo dell’inammissibile intervento fatto venerdì scorso alla buchetta del vino di via Pandolfini, sulla facciata di palazzo Niccolini/Pagliano, segnalata da un cittadino su Facebook e subito ripresa da tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia di queste particolari testimonianze del nostro passato.

Grazie al tam tam della rete, la notizia dello scempio è giunta all’assessore Arianna Bettini del Comune di Firenze, che è prontamente intervenuta ottenendo l’immediato ripristino.


  La mattina di sabato, alle 8.00, eravamo sul posto a constatare l’efficacia dell’intervento e a comunicare prontamente sulla nostra pagina Facebook il buon esito della nostra protesta.

Ci tenevo a comunicarle questa vicenda per sottolineare ancora una volta quanto sia importante vigilare sui beni di questa città, mobilitandosi appena si scoprono inspiegabili e inqualificabili interventi come in questo caso.


  Nelle foto sono documentati la infelice collocazione delle prese d’aria del condizionatore e il succesivo ripristino effettuato nella stessa giornata.


Mi è gradita l'occasione per inviarle i più cordiali saluti


   Matteo Faglia                                                    Firenze, 21 maggio 2018

Il sito, gestito dall'Associazione Buchette del Vino, è online dal 30 marzo 2016.

I testi sono a cura di Diletta Corsini, Matteo Faglia, Mary Forrest, salvo dove diversamente specificato.


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The text has been prepared by Diletta, Corsini, Matteo Faglia and Mary Forrest, except when otherwise indicated.

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